Nessuna sfida agli alleati, nessuna forzatura. Giorgia Meloni ha deciso sulle preferenze di tenere fede al patto siglato tra gli alleati per introdurre quelle farlocche con i capilista bloccati, rimangiandosi quanto promesso negli anni. Passa nell’Aula del Senato l’emendamento unitario della maggioranza. Salta pure la quota di genere 60 a 40 per i capolista prevista dal Rosatellum. Il giorno prima indiscrezioni di stampa indicavano FdI pronta a strappare con gli alleati valutando, in nome di una propria battaglia storica, il sostegno a una serie di emendamenti del Pd sulle preferenze pure. Ma era tutta una boutade.
Passano le preferenze farlocche, Meloni se ne infischia della coerenza
È bastata una riunione di maggioranza sulla legge elettorale tra alcuni tecnici dei partiti e capigruppo oltre alla ministra Elisabetta Casellati e al presidente della commissione Affari Costituzionali Andrea De Priamo per ricompattare il centrodestra. A chi gli domandava se quello delle opposizioni fosse un buon testo, da FdI Giovanni Donzelli replicava: “Un buon testo è quello che abbiamo proposto noi e portiamo avanti noi perché siamo convinti delle nostre proposte”. Ovvero quello sulle preferenze farlocche. Il governo si è rimesso sulla questione al Parlamento e l’Aula del Senato ha così bocciato, con 68 sì e 99 voti contrari, il sub-emendamento a prima firma del dem Dario Parrini sulle preferenze pure. Dopo la votazione dai banchi delle opposizioni sono partiti dei ‘Vergogna!’.
Opposizioni in trincea
“Come volevasi dimostrare, Giorgia Meloni non sa cos’è la coerenza. In Senato un’iniziativa unitaria delle opposizioni ha mandato in tilt per ore e ore un centrodestra diviso come non mai. FdI ha sfrontatamente bocciato una proposta a mia prima firma dopo averne sostenuta una, nella sostanza uguale, pochi mesi fa alla Camera. Ha detto ‘no’ alle preferenze vere, cioè per tutti, ripiegando sulle preferenze finte. Finte perché varranno per pochissimi eletti. L’underdog non c’è più. Al suo posto c’è un’artista del galleggiamento passata in un baleno dal mito del ‘tirare dritto’ alla filosofia del ‘tirare a campare’ Un’ex coraggiosa che, quando l’asticella si alza, rinuncia a saltare”, ha dichiarato Parrini.
L’appello
La giornata si era aperta con l’appello di Roberto Vannacci. Il leader di Futuro nazionale dai suoi social si era rivolto a Fratelli d’Italia affinché votasse l’emendamento per le preferenze pure, perché “analogo a quello che noi di Futuro Nazionale avevamo presentato alla Camera”. L’ex generale faceva riferimento al sub emendamento presentato proprio dalle opposizioni. Ma nulla da fare. Il muro di Forza Italia e Lega ha convinto Meloni a infischiarsene della coerenza.
“Questa maggioranza si regge con lo scotch: sono tutti contro tutti. Giorgia Meloni ha rinnegato la sua storia politica, che parlava di preferenze, di poter dare la possibilità ai cittadini di scegliere. Invece oggi propongono una norma con i capilista bloccati: il segnale di una maggioranza, a partire dalla Meloni, ormai in totale sbando, che pensa solo a come conservare il potere, dimenticando e impedendo di fatto ai cittadini di poter scegliere i propri rappresentanti”. Così in una nota Angelo Bonelli di Avs.
La norma proteggi-casta
Cresce, infine, da 1.500 a 9mila (fino a un massimo di 10mila) il numero delle firme minime che le nuove formazioni politiche che non sono presenti in Parlamento dovranno raccogliere per presentarsi alle elezioni. È quanto prevede la riformulazione del governo all’emendamento di FdI a prima firma di Antonella Zedda che toglie inoltre qualsiasi soglia per contribuire alla cifra elettorale nazionale di coalizione per il calcolo del premio.
Resta esentato, come previsto nella legge attuale, chi ha due gruppi in Parlamento, così come chi, in base alla riforma, ha almeno un gruppo formatosi entro il 31 dicembre 2025, Iv o Azione. Per chi, come +Europa o FnV ha una componente in almeno uno dei due rami del Parlamento il numero delle firme da raccogliere resta tra 1.500 e 2mila. Aumenta da un terzo alla metà il numero delle circoscrizioni nelle quali è necessario presentarsi. Contro questa norma “proteggi-casta” che svantaggia le nuove formazioni politiche si scaglia il leader 5S, Giuseppe Conte.