Tre ore e mezza di vertice a Palazzo Chigi – disertati dalla premier, Giorgia Meloni – per arrivare a un solo punto fermo: bisogna ricominciare daccapo. Dopo due bandi andati a vuoto, quello di luglio 2024 e quello di agosto 2025, il governo è costretto ad ammettere che la gara per vendere l’ex Ilva a un investitore privato va rifatta. Non per scelta, ma perché il decreto della Corte d’Appello di Milano ha stabilito che l’area a caldo di Taranto va chiusa entro 90 giorni, in quanto inquina e nuoce alla salute e all’ambiente con polveri sottili e amianto.
Dai giudici un macigno su 4 anni di immobilismo del governo
Un pronunciamento che arriva come un macigno su un dossier che l’esecutivo, di fatto, aveva lasciato incancrenire per anni: quattro anni in cui il destino del più grande polo siderurgico d’Europa è rimasto sospeso tra promesse di rilancio, bandi falliti e rinvii, senza che nessuno affrontasse fino in fondo il nodo strutturale dell’area a caldo.
Il punto politicamente più pesante, però, è un altro: i giudici milanesi hanno di fatto certificato che l’autorizzazione a produrre concessa non ha mai garantito la tutela della salute di chi a Taranto vive e lavora. Un verdetto che smonta alla radice l’impianto su cui si sono retti anni di gestione emergenziale del siderurgico, e che ora costringe governo, sindacati e commissari a ripartire letteralmente da zero, con l’area a caldo che ha ormai “il destino segnato”, come si registra al termine del vertice.
Ex Ilva, varato il Piano straordinario che però è una scatola vuota
Nemmeno Acciaierie d’Italia, del resto, ritiene tecnicamente possibile rimuovere l’amianto ancora presente nello stabilimento entro i tre mesi fissati dai giudici. La soluzione trovata ieri ha, per ora, solo un nome: Piano straordinario. Dentro non c’è ancora nulla: si ipotizza un nuovo bando di gara, strumenti di sostegno per i lavoratori, ammortizzatori sociali, nuovi investimenti a Taranto.
Ma tutto resta da costruire, a partire da martedì, quando al Mimit si riunirà per la prima volta un tavolo tecnico con ministeri, sindacati ed enti locali. Fino ad allora, assicura il governo, nessuna azione di spegnimento dell’area a caldo sarà avviata: ci sono 90 giorni prima dello stop deciso dai giudici, e l’esecutivo intende usarli tutti.
Significativo che nel vertice non si sia parlato né dell’offerta del gruppo indiano Jindal, fino a ieri in pole position, né della proposta rilanciata dal fondo americano Flacks attraverso la nuova società Flacksider: la prospettiva di una gara che mette sul mercato sia l’area a caldo che quella a fredda è ormai tramontata. Non si è discusso nemmeno dell’ipotesi di impugnare il decreto della Corte d’Appello, opzione che fonti vicine ad Acciaierie d’Italia definiscono ancora tutta da valutare.
Il sottosegretario Alfredo Mantovano prova a dare al Piano straordinario una cornice meno vaga, parlando della necessità di “un’approfondita valutazione tecnica delle ricadute” del decreto milanese e della possibilità di coinvolgere nuovi investitori, “a partire da quelli italiani”. Ma è la stessa ammissione implicita di un percorso che riparte da un foglio bianco, dopo che per quattro anni si è scelto di navigare a vista.
Intanto scatta lo sciopero di 8 ore
I sindacati, dal canto loro, hanno proclamato otto ore di sciopero in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva, pur riconoscendo l’apertura di un confronto che proseguirà ad agosto. Davide Sperti (Uilm) chiede “un solo decreto” che si occupi dei lavoratori e della città; Ferdinando Uliano (Fim Cisl) osserva che impedire la chiusura dell’area a caldo significa dover costruire alternative vere; Michele De Palma (Fiom Cgil) parla di “un mese di tempo” per ottenere garanzie su siderurgia, occupazione e salari. L’Usb rilancia invece la nazionalizzazione, per “assumere il controllo delle decisioni industriali”.