Quindici milioni e duecentomila euro. Tanto stanzia il decreto-legge 107 del 26 giugno 2026 per sostenere il reddito di chi in Italia lavora sotto il sole, dal 1° luglio al 31 dicembre: 4,9 milioni per edilizia e cave, 10,3 milioni per gli operai agricoli. In fondo al comma c’è la riga che decide tutto, e l’Inps deve applicarla alla lettera, “non accogliendo le domande eccedenti il predetto limite di spesa“.
Esauriti i fondi, la tutela si spegne a metà agosto come una lampadina. L’articolo, non a caso, si intitola “Tutele per la realizzazione di opere infrastrutturali in contesti di emergenza climatica”: il soggetto da proteggere è il cantiere, il corpo di chi ci lavora dentro viene dopo.
Atene ha un algoritmo anti-caldo
Altrove il caldo ha smesso di essere una condizione meteorologica ed è diventato una competenza amministrativa, con un nome, una scrivania e un capitolo di bilancio. Atene ha nominato Eleni Myrivili prima responsabile comunale per il calore nel 2021, e da lì l’hanno chiamata a fare lo stesso mestiere su scala globale per UN-Habitat e la Adrienne Arsht-Rockefeller Foundation. La città ha costruito un algoritmo che incrocia previsioni meteo e mortalità storica e classifica le ondate su tre livelli di pericolo, come si fa con gli uragani: un fenomeno che ha un nome entra nei telegiornali, e ciò che entra nei telegiornali cambia i comportamenti di chi ascolta.
Barcellona conta 400 rifugi anti-caldo
Barcellona ha aperto la sua rete di rifugi climatici nel 2020, con 70 spazi e senza un euro aggiuntivo, riconvertendo quello che già aveva: biblioteche, musei, mercati, piscine. Oggi il Comune ne conta circa 400, tutti ad accesso libero, con una regola scritta sulla temperatura interna – 26 gradi d’estate – e poi sono arrivati i micro-rifugi: farmacie, librerie, negozi di quartiere che offrono una sedia, un bicchiere d’acqua, l’indicazione del rifugio più vicino. L’obiettivo è che entro il 2030 nessun residente stia a più di cinque minuti a piedi da un posto fresco. Cinque minuti, misurati: l’ombra come servizio pubblico, esattamente come l’acqua corrente.
Parigi ha depavimentato i cortili di scuole e asili
Parigi ha scelto i cortili delle scuole, l’unico suolo pubblico disponibile in ogni quartiere di una capitale densa. Dal 2017 ne ha trasformati 203, più cinque asili nido: asfalto rimosso, alberi, punti d’acqua, superfici che assorbono la pioggia invece di respingerla, con il traguardo di 360 cortili entro il 2030.
L’Italia? Ha un piano in ritardo di anni…
Un piano nazionale, sulla carta, l’Italia ce l’ha, e non è nemmeno povero di ambizioni. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici è stato approvato con il decreto 434 del 21 dicembre 2023, dopo sei anni di gestazione: oltre 300 misure su 18 settori, ondate di calore comprese. Il testo fissava 90 giorni per insediare l’Osservatorio nazionale incaricato di attuarlo.
Il decreto istitutivo è stato firmato il 16 dicembre 2025, pubblicato in Gazzetta il 15 gennaio 2026: 726 giorni per un termine di 90. L’Osservatorio si è riunito la prima volta il 24 febbraio 2026, e appena ieri il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente ha comunicato i nomi degli esperti nei cinque gruppi di lavoro, uno dei quali dovrà individuare le fonti di finanziamento. Perché il Piano, dal primo giorno, i soldi propri non li ha mai avuti. Tre estati, dentro quel vuoto.
Il ritardo dello Stato scarica tutto sui sindaci, e i numeri lo dicono con precisione. Secondo l’ultimo rapporto CittàClima di Legambiente, fra il 2015 e il settembre 2025 si sono contati 811 eventi meteorologici estremi in 136 comuni sopra i 50 mila abitanti, dove vive il 31,5% degli italiani. Di quei comuni, solo il 39,7% si è dotato di un piano o di una strategia di adattamento. Sui rifugi climatici il confronto è impietoso proprio dove le amministrazioni hanno fatto meglio: Milano ha censito 116 spazi freschi, Bologna è passata da sedici a 24. A Barcellona sono quattrocento. Ogni città italiana si arrangia con la propria mappa, il proprio nome, il proprio criterio.
Gli alberi sono un capitolo a parte
Sugli alberi la vicenda merita un capitolo a parte. Il Pnrr stanziava 330 milioni per mettere a dimora 6,6 milioni di alberi nelle 14 città metropolitane. Nella revisione approvata dall’Ecofin l’8 dicembre 2023 la dotazione è scesa a 210 milioni, e il traguardo è diventato 4,5 milioni di “materiali forestali di moltiplicazione”: un seme, contabilmente, vale un albero. Ad aprile 2026 il ministero dell’Ambiente ha annunciato oltre 4,6 milioni di unità messe a dimora, “superando con margine la soglia prevista”. Un obiettivo abbassato di un terzo e riscritto nella definizione: si vince facile, quando si sposta la porta.
Il ministero della Salute ha aggiornato a luglio le linee di indirizzo sulle ondate di calore, ferme al 2019, recependo le indicazioni dell’Oms. È un buon documento, e vale per le 34 città incluse nel progetto. Gli altri settemilaottocentosessanta comuni leggono i bollettini e sperano.
La verità è che adattarsi costa poco e rende invisibile chi lo fa: nessun taglio del nastro, nessuna prima pietra, solo gente che d’estate non muore. Mentre Atene classifica le ondate come uragani, Barcellona misura la distanza dall’ombra in minuti e Parigi conta i cortili scolastici trasformati, in Italia la copertura per chi lavora sotto il sole vale 15,2 milioni fino a dicembre. E quando saranno finiti, l’Inps ha l’ordine scritto di dire di no.