Fa caldo, vero? Allora facciamo due conti. Due miliardi di tonnellate di anidride carbonica in più: il conto è di Carbon Market Watch e del Wwf. Tanto può liberare la revisione dell’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione, che la Commissione europea ha presentato il 17 luglio. Le quote gratuite ai settori esposti alla concorrenza estera slittano al 2038. Il ritmo di riduzione dei permessi scende dal 4,4% annuo al 3,7% fra il 2031 e il 2035, poi all’1,7% fino al 2040. La riserva che assorbe le quote in eccesso passa dal 24% al 12%. La Commissione di Ursula von der Leyen ripete che il traguardo del meno 90% al 2040 non cambia. Resta dov’era, senza più gli attrezzi per raggiungerlo.
Green Deal, la demolizione a rate
Il metodo ha un nome tecnico e un effetto politico. Da febbraio 2025 Bruxelles ha presentato dieci pacchetti “omnibus”, che riaprono più leggi insieme e le alleggeriscono in blocco. Il 13 novembre 2025 il Parlamento europeo ha svuotato gli obblighi di rendicontazione di sostenibilità e di dovuta diligenza delle imprese, con i voti del Ppe, dei conservatori e dell’estrema destra. È la prima volta che il gruppo di maggioranza relativa porta a casa una legge di peso scavalcando gli alleati centristi. La direttiva contro le pubblicità verdi ingannevoli è stata ritirata a giugno 2025, e il regolamento contro la deforestazione ha incassato un primo rinvio a fine 2024 e un secondo nell’autunno del 2025. E il 17 dicembre 2025 è caduto il divieto di immatricolare auto a motore termico dal 2035, sostituito da un taglio delle emissioni del 90% invece che del 100%.
Sul bersaglio grosso il compromesso è arrivato lo stesso. Il 10 febbraio 2026 l’Eurocamera ha approvato in via definitiva l’obiettivo climatico al 2040, meno 90% rispetto al 1990, con 413 voti a favore e 226 contrari. Dentro ci sono fino a 5 punti di crediti di carbonio comprati fuori dall’Unione dal 2036. E il rinvio dell’Ets2 su edifici e trasporti al 2028, con una clausola di revisione periodica del traguardo. La valutazione d’impatto della Commissione raccomandava “almeno” il 90%, con la possibilità di spingersi al 95%, e taceva sui crediti internazionali. La relazione sul dossier, a luglio 2025, era finita al gruppo di estrema destra Patrioti per l’Europa.
Il conto arriva comunque
Intanto la crisi climatica presenta la fattura, e ignora i calendari legislativi. L’Agenzia europea dell’ambiente quantifica in 822 miliardi di euro le perdite provocate nell’Unione dagli eventi estremi fra il 1980 e il 2024. All’Italia ne toccano più di 145, seconda soltanto alla Germania. L’Osservatorio Città Clima di Legambiente ha censito 376 eventi meteorologici estremi con danni nel 2025, il 5,9% in più dell’anno precedente.
Poi ci sono le cifre di domani. Uno studio dell’Università di Mannheim stima in 11,9 miliardi di euro i danni italiani del 2025 da ondate di calore, siccità e alluvioni, e li proietta a 34,2 miliardi entro il 2029. Il Cmcc, Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici, con Deloitte e lo European University Institute, calcola che al 2050 il prodotto interno lordo italiano sarà fra l’1,6% e il 6% più basso rispetto a un’Italia senza danni climatici. Sempre il Cmcc chiama “spread climatico” i 42-46 punti base in più che il debito pubblico pagherebbe negli scenari a danni elevati. Il clima ignora le flessibilità.
A Roma il conto si paga due volte
Su un fronte il governo italiano ha lavorato benissimo. Al Consiglio Ambiente del 4 novembre 2025 il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha giudicato «largamente insufficiente» la quota di crediti internazionali proposta da Bruxelles. E ne ha chiesta un’altra del 5%, “solo se necessario”. Il Consiglio ha ceduto proprio lì dove la valutazione scientifica taceva. L’11 marzo 2026, davanti alle Camere, Giorgia Meloni ha chiesto all’Unione di «sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets» al termoelettrico. Il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso aveva già invocato uno stop temporaneo dell’intero sistema.
Sul fronte interno il registro cambia. Dei ricavi delle aste delle quote di emissione l’Italia ha certificato di averne spesi per il clima il 9%, secondo il think tank Ecco, contro un obiettivo del 50%. Le rinnovabili installate nel 2025 sono state 7,2 gigawatt, il 6% meno del 2024. Il totale si ferma a 81,7, e ne mancano 49 per i 131 che il Pniec promette entro il 2030: di questo passo, calcola Legambiente, l’Italia ci arriverà con 5,7 anni di ritardo. La bolletta elettrica intanto viaggia a 130,5 euro per megawattora contro i 42,5 della Spagna.
Nel 2022, alla Camera, la presidente del Consiglio prometteva di difendere la natura «con l’uomo dentro», contro l’«ambientalismo ideologico». Quattro anni dopo l’uomo dentro c’è, e paga. Nelle raccomandazioni del Semestre europeo di giugno 2026 la stessa Commissione che smonta la mitigazione scrive all’Italia che servono oltre 10 miliardi di euro l’anno in adattamento fino al 2050. Per firmare quella cifra il governo deve smentire quattro anni di comizi. I due miliardi di tonnellate, intanto, arrivano lo stesso.