Si muore in luoghi che quasi nessuno può guardare. Ieri sera, nel Centro di permanenza per i rimpatri di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, un cittadino tunisino di 32 anni si è tolto la vita, e nella struttura è esplosa la protesta. Sono arrivati il 118, i vigili del fuoco, le forze dell’ordine e Carmen D’Anzi, garante provinciale delle persone private della libertà personale. Secondo i primi accertamenti l’uomo aveva avuto problemi psichiatrici nelle ultime settimane. Era trattenuto, cioè privato della libertà, senza aver commesso reati: l’irregolarità amministrativa basta e avanza, e dal 2023 può costare 18 mesi di reclusione.
Della vicenda si leggerà pochissimo, e la ragione sta nell’architettura del sistema. Nei Cpr non si entra: l’ingresso dei giornalisti fu chiuso da una circolare del 2011, e oggi passa da un’autorizzazione discrezionale della prefettura, secondo la direttiva ministeriale del 19 maggio 2022. Il resto lo misura il XIII rapporto dell’associazione Carta di Roma, sui media italiani da gennaio a ottobre 2025. La politica parla nel 24% dei servizi sulle migrazioni, le persone migranti nel 7%. Emergenza, crisi, allarme, invasione: 5.925 occorrenze fra il 2013 e il 2025. Chi finisce lì dentro arriva al lettore già colpevole di esistere.
Cpr, il conto dei morti
ActionAid e il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari contano oltre trenta decessi nella storia della detenzione amministrativa italiana, tre soltanto fra il 2024 e i primi mesi del 2025. Moussa Balde, guineano, è morto in isolamento nel Cpr di Torino il 23 maggio 2021: per quella morte, l’11 febbraio 2026, il tribunale ha condannato a un anno l’allora direttrice del centro e assolto il responsabile sanitario. Lo stesso giorno, nel Cpr di Bari-Palese, moriva un uomo di 25 anni. A Palazzo San Gervasio era già toccato a un diciannovenne, il 5 agosto 2024.
Quel che accade dentro lo raccontano gli organismi che hanno titolo per entrare. Nell’aprile 2024 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha visitato quattro dei nove Cpr allora attivi. Ne è uscito un elenco: maltrattamenti fisici, uso eccessivo della forza, psicofarmaci non prescritti e “diluiti nell’acqua”, registrati proprio nel centro di Potenza. Altreconomia ha ricostruito che nei primi sette mesi del 2022, con una presenza media di 70 persone, lì sono state comprate oltre 2.800 fra compresse e capsule di psicofarmaci. Sulla gestione del centro la Procura di Potenza ha iscritto 27 indagati.
La macchina che non rimpatria
Il sistema, intanto, fallisce la cosa per cui esiste. Nel 2024 dai Cpr è stato rimpatriato il 10,4% delle persone colpite da un provvedimento di allontanamento. Il 41,8% degli ingressi si è chiuso con un rimpatrio, il minimo dal 2014. Il costo della detenzione per stranieri fra il 2018 e il 2024 supera i 188 milioni di euro. Il Tavolo Asilo e Immigrazione ha contato 546 trattenuti nei centri visitati fra settembre e dicembre 2025, meno dello 0,2% delle persone irregolari stimate in Italia. Con la sentenza 96 del 2025 la Corte costituzionale ha rilevato che i modi di quella detenzione restano affidati a regolamenti e atti amministrativi, lì dove l’articolo 13 della Costituzione pretende una legge. Questi centri esistono dal 1998.
Il governo ha risposto moltiplicando. Una circolare del 20 gennaio 2026 chiede a prefetture e questure di trattenere in via prioritaria gli stranieri ritenuti socialmente pericolosi. Il decreto legge 23 del 2026, poi convertito, deroga al codice dei contratti pubblici fino al 31 dicembre 2028 per costruire e ristrutturare i centri. Il disegno di legge licenziato l’11 febbraio 2026, ancora fermo in Parlamento, prevede che i trattenuti possano usare telefoni senza fotocamera. Proprio lì dove muore un uomo di 32 anni, la norma si preoccupa che nessuno scatti una foto.