No ai domiciliari per Lavitola. Che confessa: “Chiesi solo di sparare contro la casa, non la bomba”. Dubbi dei pm sulla versione dell’imprenditore

Lavitola: "Dovevano solo sparare quattro o cinque colpi alla casa di Ranucci". Inquirenti scettici sulla sua versione

No ai domiciliari per Lavitola. Che confessa: “Chiesi solo di sparare contro la casa, non la bomba”. Dubbi dei pm sulla versione dell’imprenditore

Niente arresti domiciliari. Il gip di Roma ha respinto la richiesta avanzata ieri dal difensore di Valter Lavitola, l’avvocato Sergio Cola, dopo l’interrogatorio di garanzia di mercoledì durato oltre cinque ore. Lavitola, detenuto a Rebibbia da lunedì con l’accusa di essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci e con la contestazione del metodo mafioso, resta dunque in cella, nonostante la piena confessione resa davanti al giudice.

Il legale aveva chiesto un’attenuazione della misura sostenendo l’assenza di pericolo di fuga, inquinamento probatorio e mancata collaborazione, ma la Procura di Roma aveva già espresso parere negativo, evidentemente ritenuto fondato dallo stesso gip.

Dice di aver ordinato solo “quattro o cinque colpi di pistola verso il muro”

Dalle carte dell’interrogatorio emerge un dettaglio che complica, anziché chiarire, la posizione dell’imprenditore. Lavitola avrebbe infatti raccontato ai magistrati di aver commissionato un’azione diversa da quella poi realizzata: non un ordigno esplosivo, ma “quattro o cinque colpi di pistola verso il muro” della villetta di Ranucci a Pomezia. Un’azione dimostrativa e meno cruenta, secondo la sua versione, che si sarebbe però trasformata in un attentato dinamitardo per iniziativa autonoma degli esecutori materiali.

Nonostante ciò, Lavitola non avrebbe contestato le modalità con cui l’attacco è stato eseguito, assumendosene comunque la piena responsabilità e ritenendo lo scoppio dell’ordigno rudimentale “comunque di valore dimostrativo”.

Tuttavia per gli inquirenti le persone reclutate da Lavitola e da Clesio Gomez Tavares per l’attacco disponevano di “almeno due canali di approvvigionamento di esplosivi“, il che renderebbe “inverosimile pensare che si volesse procedere a colpi di arma da fuoco“: se l’obiettivo fosse stato davvero sparare contro il muro, sostengono i magistrati, sarebbero state contattate persone diverse, con competenze diverse.

Un ragionamento che getta un’ombra pesante sull’attendibilità dell’intera versione fornita dall’imprenditore, non solo sul punto specifico delle modalità dell’attentato.

Quella frase messa in giro dai giornali di destra e mai confermata

A complicare ulteriormente il quadro c’è un altro passaggio, riferito questa volta solo da alcune testate di destra, secondo cui Lavitola avrebbe detto ai magistrati che Ranucci “potrebbe aver sospettato che fossi stato io“. Una frase che, se confermata, aprirebbe scenari inquietanti sui rapporti tra i due prima dell’attentato. Tuttavia questo virgolettato, allo stato, non trova conferma da parte della Procura di Roma, che mantiene il massimo riserbo sui contenuti effettivi dell’interrogatorio.

Un elemento, dunque, tutto da verificare, e che si inserisce in un contesto in cui gli inquirenti guardano con crescente scetticismo alla ricostruzione offerta dall’indagato, già ridimensionata sul punto più tecnico e verificabile, quello delle armi utilizzate.

Ranucci potrebbe essere risentito dagli inquirenti

Le prossime settimane potrebbero portare sviluppi decisivi. Al termine dell’analisi del cellulare e del pc sequestrati a Lavitola, un’attività tecnica che richiederà diverse settimane, gli inquirenti della Procura di Roma potrebbero convocare lo stesso Ranucci come persona informata sui fatti. Un’eventuale audizione del conduttore di Report, spiegano fonti investigative, potrebbe essere calendarizzata non prima di settembre, proprio alla luce degli sviluppi determinati dalla confessione di Lavitola sul movente dell’attentato, quello di far alzare il livello di scorta del giornalista, “oggetto di numerose minacce”.

Nel frattempo, gli avvocati della banda che materialmente eseguì l’attacco hanno incontrato ieri i propri assistiti in carcere: i quattro potrebbero chiedere a breve di essere nuovamente ascoltati dai titolari dell’indagine, in un fascicolo che, a distanza di giorni dall’arresto di Lavitola, continua ad allargarsi.