Il tempo di attesa fuori dal ristorante del rider non è tempo libero, è lavoro. E va pagato. Lo ha stabilito il Tribunale di Torino, sezione Lavoro, con una sentenza destinata a fare da apripista per migliaia di rider italiani.
La corte ha prima dichiarato illegittimo e infondato il licenziamento disciplinare del 2025, disposto sulla base di un addebito stabilito non da un essere umano, ma dall’algoritmo della piattaforma, poi ha ordinato a Glovo di assumere un fattorino straniero con un “rapporto di lavoro subordinato“, a tempo pieno e indeterminato, inquadrandolo già dal 1° ottobre 2024 con il sesto livello del Ccnl Terziario, Distribuzione e Servizi.
Il Tribunale ha imposto anche il risarcimento delle differenze retributive per i due anni precedenti, spese legali, indennità di reintegro e contributi non versati. Ad assistere il rider, con il sindacato Usb, l’avvocata Giulia Druetta.
Il tempo d’attesa del rider va pagato
Il punto politicamente e giuridicamente più pesante della sentenza riguarda però i tempi di attesa: per la prima volta un giudice ha infatti riconosciuto che il fattorino, quando è fermo davanti a un locale in attesa dell’ordine, è comunque a disposizione della piattaforma e quindi va remunerato. Non è un dettaglio tecnico. È la crepa che apre nel modello di business su cui Glovo ha costruito la propria redditività in Italia.
L’inchiesta della procura di Milano contro Glovo
Una crepa che non nasce dal nulla. La sentenza torinese arriva infatti a stretto contatto con l’inchiesta della Procura di Milano, che da tempo indaga Glovo-Foodinho per caporalato e ha già portato l’azienda sotto il controllo di un amministratore giudiziario, con l’accusa di pagare stipendi sotto la soglia di povertà, in violazione dell’articolo 36 della Costituzione.
Nelle scorse settimane il pm milanese Paolo Storari aveva anche bocciato le proposte correttive presentate da Glovo per uscire dal controllo giudiziario, sostenendo che oltre il 30% dell’attività lavorativa resterebbe comunque non retribuita.
Nello stesso atto la Procura ha scritto che i 26mila rider censiti al giugno 2026 vanno assunti come lavoratori dipendenti, non trattati da liberi professionisti, sulla base della giurisprudenza più recente sul “sistema algoritmico” che organizza il lavoro: accesso alle consegne, corrispettivi, itinerari, monitoraggio della posizione in tempo reale. Una lettura rafforzata dall’entrata in vigore del decreto primo maggio. Nelle prossime settimane il gip Roberto Crepaldi deciderà se il controllo giudiziario su Glovo debba proseguire o meno.
Vicende giudiziarie legate
Comunque, le due vicende, Torino e Milano, non sono parallele per caso. Parlano lo stesso linguaggio, quello della subordinazione mascherata da libertà, e la sentenza piemontese offre ora ai pm milanesi un precedente civile a cui agganciare l’impianto penale dell’inchiesta.
Di sicuro Glovo incassa la seconda sentenza sfavorevole in pochi mesi, mentre cresce il pressing perché l’intero settore del food delivery riveda il proprio modello contrattuale.
Castellone: “Giornata storica. Basta caporalato digitale”
Sul fronte politico, la prima a intervenire è la senatrice M5S Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato: “È una giornata storica per i rider e per il mondo del lavoro”, ha detto, sottolineando che la sentenza “squarcia il velo sull’illusione della libertà dietro cui si nasconde il controllo degli algoritmi”.
Castellone chiede al governo di recepire la direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme: “Basta caporalato digitale, basta lavoratori schiavi di un algoritmo”.
Ancora più diretto Marco Grimaldi di Avs, che parla di “pietra tombale sul modello Glovo” e rilancia l’affondo sul governo: “Con tutti i decreti farlocchi che sforna ogni settimana, ne facciano uno serio: basta lavoro a cottimo. Un algoritmo che ti dice dove andare, quanto correre, se lavori o no, ti licenzia, è un padrone. E come tale va trattato”.