Il trattato che Washington sta chiedendo da mesi agli alleati di stracciare (seppur simbolicamente) porta il nome della nostra capitale: lo Statuto di Roma, aperto alla firma a Roma il 17 luglio 1998, è l’atto che ha fatto nascere la Corte penale internazionale. Tra i governi che mercoledì hanno ritrovato su Politico la richiesta americana di uscirne, quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni avrebbe quindi un motivo in più per alzare la voce, anzi proprio il nome. Ma come spesso le accade ha preferito tenerselo in tasca.
La ricostruzione di Politico porta a metà luglio, a Bruxelles, in una riunione a porte chiuse dei 32 ambasciatori dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato): lì, secondo tre diplomatici sentiti dal giornale, l’ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Alleanza Matthew Whitaker ha chiesto ai partner di aiutare a smantellare la Corte e di abbandonare lo Statuto, chiudendo con l’avvertimento che Washington avrebbe osservato con attenzione chi sta con l’America.
Politico ha visionato anche il documento fatto girare in parallelo dalla missione americana, che annuncia lo smantellamento sistematico delle capacità del tribunale e pretende il ritiro immediato, fino a invocare la fine, una volta per tutte, di quella che chiama una farsa. Il dipartimento di Stato, scrive ancora Politico, ha promesso un controllo più stretto sui Paesi che rifiutano di disconoscere la Corte mentre si appoggiano all’assistenza americana: la protezione, insomma, ha un prezzo e il prezzo è un tribunale.
Corte penale internazionale: un tavolo scelto con cura
La sede dice già parecchio. La Nato come organizzazione è estranea al trattato, mentre dei 32 membri soltanto Stati Uniti e Turchia restano fuori dalla Corte, e così Whitaker ha chiesto a 30 alleati di rinnegare una firma proprio lì dove Washington garantisce la loro difesa.
Due diplomatici sentiti da Politico ritengono improbabile che l’intento fosse costringere qualcuno, visto che il tema è stato sollevato a margine dell’ordine del giorno, però ammettono che dentro l’Alleanza una richiesta simile è molto più delicata, perché lì gli americani sono la guida di fatto. A difendere il tribunale, sempre secondo Politico, sono intervenute Francia e Paesi Bassi.
La campagna del resto ha un’intestazione precisa: il 13 luglio il segretario di Stato Marco Rubio ha accusato la Corte di muovere guerra al suo Paese a colpi di statuti e diritto internazionale, mettendo in conto di smontarla mattone dopo mattone, e con la presidente giapponese del tribunale Tomoko Akane, sanzionata il 18 agosto, i giudici colpiti da Washington sono diventati 9 su 18.
Il Paese che ha dato il nome
Qui da noi il silenzio ha una storia lunga. Il 7 febbraio 2025 sono stati 79 Paesi a firmare una dichiarazione congiunta contro l’ordine esecutivo del presidente Donald Trump che sanzionava la Corte, e fra loro c’erano Germania e Francia. L’Italia mancava. Poi è arrivato il caso Almasri: il generale libico ricercato dall’Aia per crimini contro l’umanità, arrestato a Torino e rimpatriato a Tripoli con un volo di Stato due giorni dopo, è costato all’Italia la constatazione di inadempienza del 17 ottobre 2025 e il deferimento del 26 gennaio 2026 all’Assemblea degli Stati parte, che esaminerà il caso a New York fra il 7 e il 17 dicembre.
Eppure la stessa Meloni, il 22 novembre 2024, dopo i mandati d’arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, scriveva che le motivazioni dell’Aia dovrebbero essere sempre “non di natura politica”. Oggi Washington sanziona i giudici per ciò su cui indagano e chiede agli alleati di svuotare il tribunale, e Palazzo Chigi tace. La politica, a quanto pare, disturba soltanto quando indossa la toga. A dicembre l’Italia si presenterà a New York da Stato deferito, con l’alleato che intanto le chiede di strappare il trattato nato in casa sua. Roma ci mette solo il nome.