Pnrr, competenza a noleggio: ecco come il Piano di ripresa ha ammodernato lo Stato senza assumere nessuno

L'Upb ha misurato l'eredità del Pnrr dentro i comuni: affidamenti più rapidi del 20,9%, meno imprese in gara e 69,7% di incarichi.

Pnrr, competenza a noleggio: ecco come il Piano di ripresa ha ammodernato lo Stato senza assumere nessuno

Ventuno miliardi e mezzo di lavori comunali risultavano ancora aperti a metà maggio, contro 3,3 miliardi di opere chiuse: li ha contati l’Ufficio parlamentare di bilancio sulla piattaforma ReGiS, nel Rapporto sulla politica di bilancio di giugno, e riguardano gli 88.311 progetti che i comuni attuano da soli con i soldi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Entro il 30 settembre il governo chiederà a Bruxelles l’ultima rata da 28,4 miliardi, mentre i cantieri che la giustificano stanno ancora lì. Il denaro è arrivato. La macchina che doveva diventare migliore si misura altrove.

Alla componente della missione 1 dedicata alla pubblica amministrazione sono andati poco più di 7 miliardi: 1,3 al pubblico impiego, 5,8 alla digitalizzazione. Nel 2025 la quota di italiani fra i 16 e i 74 anni con competenze digitali almeno di base stava al 54,3 per cento, mentre l’obiettivo europeo per il 2030 è l’80.

Le consulenze al posto delle assunzioni

Sul personale l’esito è netto. I decreti legge 80 e 152 del 2021 permettevano ai comuni di assumere a tempo determinato con i soldi del Piano oppure di comprare consulenze esterne, e hanno scelto la seconda strada: nel biennio 2022-2023, quando la Ragioneria generale dello Stato conta 26.652 reclutamenti finanziati dal Pnrr, agli enti locali ne arrivano 6.351, e lì il 69,7 per cento finisce in contratti di collaborazione e incarichi.

Le assunzioni a termine legate al Piano, scrive l’Upb, restano “sostanzialmente stabili” fra il 2019 e il 2025. Intanto la spesa corrente dei comuni sale del 20,1 per cento, da 53,6 a 64,4 miliardi, e dentro quella spesa crescono proprio le voci dei servizi informatici e delle prestazioni professionali. Più soldi, stesso organico, competenza a noleggio.

Gare più rapide, mercato più stretto

Sugli appalti il Piano ha funzionato da sveglia. Una gara di lavori Pnrr si chiude in media 32 giorni prima di una ordinaria comparabile, il 20,9 per cento in meno, e fra le stazioni appaltanti non qualificate il ricorso alle centrali uniche di committenza cresce di 17,8 punti da un riferimento dell’11 per cento.

Solo che la velocità non ha aperto il mercato: alle procedure del Piano si presenta il 17,8 per cento di imprese in meno per lotto, il ribasso di aggiudicazione resta quello ordinario e l’unico spostamento riguarda le microimprese, che vincono con 13 punti di probabilità in più rispetto al 41 per cento di partenza. Il monitoraggio di Openpolis lo lega alla scala medio-piccola dei cantieri comunali più che a una scelta politica.

La traccia interessante sta fuori dal perimetro del Piano. Dove un comune ha chiuso un progetto di digitalizzazione, le gare ordinarie successive registrano offerenti per lotto più alti del 22 per cento e ribassi più larghi del 6,7, insieme a un affidamento più lungo di 12 giorni sui 111 della media. Proprio lì dove l’amministrazione è migliorata davvero la macchina ha rallentato, perché una gara fatta bene chiede tempo. L’Upb le chiama prime indicazioni, su una coorte ristretta di stazioni appaltanti.

Il bilancio vero, però, non si può fare, e la ragione sta dentro il Piano. L’Upb scrive che il Pnrr è nato in emergenza, senza obiettivi definiti rispetto ai quali misurare i risultati e senza una analisi sistematica dei divari da colmare, mentre i comuni venivano consultati solo dopo.

Openpolis lo denuncia da anni. Intanto quasi l’80 per cento degli interventi comunali sono opere pubbliche da far funzionare, asili nido e case della comunità, che chiederanno personale e spesa corrente proprio ai comuni ai quali il legislatore ha ristretto le basi imponibili, dall’esenzione sull’abitazione principale alla detassazione di pezzi dell’addizionale Irpef. I 21,5 miliardi di cantieri aperti prima o poi si chiuderanno. Poi qualcuno dovrà tenere accese quelle opere, con gli organici che il Piano non ha lasciato e le entrate che il governo ha tolto