Affitti insostenibili, Milano da record: se ne va il 76% dello stipendio medio. A Roma il 65% e a Bologna il 48%

Il 76% di uno stipendio medio milanese se ne va in affitto, mentre il patrimonio pubblico italiano resta fermo al 2,3% delle abitazioni

Affitti insostenibili, Milano da record: se ne va il 76% dello stipendio medio. A Roma il 65% e a Bologna il 48%

Milano offre lavoro a chi non può permettersi di dormirci. Il canone di un appartamento da 60 metri quadrati si prende il 76 per cento della retribuzione media, a Roma il 65 e a Bologna il 48: sono i numeri del rapporto sull’Italia della Commissione europea che ieri La Stampa ha rimesso in circolazione, e raccontano un paese che offre lavoro nelle città da cui poi espelle. L’Inps, nel rapporto annuale di luglio, fissa la retribuzione media annua lorda a 27.649 euro, cresciuta del 14,5 per cento dal 2019 mentre i prezzi correvano fra il 18,2 e il 20,5. La casa si prende la differenza.

Affitti insostenibili, il confronto

Sempre nel rapporto ripreso, in affitto vive il 24,1 per cento delle famiglie italiane contro il 31,6 dell’Unione europea, e questa minoranza regge quasi tutto il peso: il 19,4 per cento degli inquilini supera la soglia europea di sostenibilità, la locazione a prezzi di mercato assorbe un quinto del reddito disponibile e sale al 31,1 per cento per chi sta sotto la linea della povertà. Il confronto continentale sposta la colpa altrove.

In Germania vive in locazione il 52 per cento della popolazione, in Austria il 46 e in Danimarca il 39. Sono i paesi dove l’inquilino resta un cittadino qualunque invece di diventare un sopravvissuto. Eurostat calcola che nel 2024 l’8,2 per cento degli europei spendesse oltre due quinti del reddito per abitare, con la Grecia al 28,9 e la Danimarca al 14,6. L’affitto insomma impoverisce dove lo Stato si è tolto di mezzo.

Il patrimonio che manca

L’edilizia residenziale pubblica italiana pesa il 2,3 per cento dello stock abitativo, secondo l’osservatorio nazionale di Federcasa e Nomisma presentato in Senato ad aprile, che conta 823.734 alloggi. Di quelli 61.300 restano sfitti in attesa di manutenzione e altri 22.700 sono occupati abusivamente. L’Ocse misura la caduta: dal 4,2 per cento del 2010 al 2,4 del 2020, contro una media europea vicina all’8 e quote sopra un quinto in Austria, Danimarca e Paesi Bassi. Trent’anni di dismissioni hanno dato esattamente il risultato per cui erano state pensate.

Il Piano Casa del governo, decreto-legge 66 del 2026 in Gazzetta Ufficiale dal 7 maggio, promette 100mila alloggi in dieci anni con 10 miliardi complessivi di cui 1,7 freschi: diecimila case l’anno, in un paese che ne ha già sessantunomila pubbliche chiuse per manutenzione. Nella stessa seduta il Consiglio dei ministri ha licenziato il disegno di legge sugli sfratti rapidi per gli immobili occupati, che come ha scritto Edilportale è fermo in commissione Giustizia del Senato dal 4 giugno.

A Bruxelles la questione è arrivata prima. Il 16 dicembre 2025 la Commissione europea ha presentato il primo European Affordable Housing Plan, affidato al commissario danese Dan Jørgensen, che stima in 2,25 milioni le abitazioni necessarie ogni anno nell’Unione, 650mila più delle attuali, e mette in fila 43 miliardi già mobilitati nel bilancio 2021-2027, altri 10 attesi da InvestEU e un Affordable Housing Act annunciato per l’ultimo trimestre del 2026. Fra il 2010 e i primi mesi del 2025, secondo i dati Eurostat raccolti nel rapporto Svimez, le case europee sono rincarate del 57,9 per cento e i canoni del 27,8.

Alla conferenza stampa di inizio anno la presidente del Consiglio Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) ha fissato all’ottobre 2023 la svolta, quando per la sua ricostruzione riportata da ItaliaOggi le retribuzioni hanno ripreso a correre più dell’inflazione. Il conto torna finché si guarda la busta paga e si tace la voce che in busta paga non compare, quella che a Milano ingoia tre quarti dello stipendio prima che il mese cominci. Fuori dai comizi, l’Italia prospera è questa: un impiego che esiste e un tetto che se lo mangia.