L'Editoriale

Graviano e il dovere di verità

Graviano e il dovere di verità

La richiesta avanzata da Giuseppe Graviano di essere ascoltato dal giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta riapre uno dei capitoli più complessi e controversi della storia della Repubblica Italiana. Il capomafia di Brancaccio, indicato tra i principali responsabili della stagione stragista del biennio 1992-1993, torna a chiedere uno spazio istituzionale per ribadire e, ove possibile, integrare le proprie dichiarazioni. Di fronte a un’istanza di tale portata, la risposta della giustizia deve muoversi con estrema attenzione, mantenendo un equilibrio rigoroso tra cautela investigativa e dovere di accertare la verità. Ascoltare Graviano rappresenta una scelta indubbiamente delicata, ma, a mio giudizio, necessaria. Il boss non si colloca nella categoria dei collaboratori di giustizia “classici” e non risulta aver intrapreso un percorso formale di pentimento. Le sue affermazioni, già rese in passato a Reggio Calabria nel procedimento relativo alla cosiddetta “Ndrangheta stragista”, e successivamente riemerse in diverse intercettazioni ambientali, intercettano snodi ancora non pienamente chiariti. Tra questi figurano la “trattativa” e i presunti contatti tra la criminalità organizzata e ambienti politico-imprenditoriali. Consentire l’audizione in sede giudiziaria significa sottoporre quelle affermazioni al vaglio del contraddittorio e a un riscontro rigoroso da parte degli inquirenti, verificandone tenuta, attendibilità e coerenza interna.

Significa inoltre esaminare con strumenti analitici e documentali i presunti rapporti di natura economico-finanziaria e politica che Graviano sostiene di aver intrattenuto nei primi anni Novanta, separando ciò che è storicamente provato dalle ricostruzioni di comodo o dalle eventuali ricadute narrative.

Zone d’ombra

Ad oggi, restano molteplici zone d’ombra. Nonostante le numerose condanne e i processi che hanno scandito la ricostruzione della stagione delle bombe, permangono interrogativi di primaria importanza che vanno sciolti per dovere di verità. I mandanti esterni e i diversi livelli di complicità, infatti, non risultano ancora definiti con sufficiente chiarezza. L’operatività dei vertici di Cosa Nostra è stata accertata, ma resta da chiarire l’eventuale presenza di suggeritori, la possibile convergenza di interessi in settori deviati e il ruolo di figure esterne all’organizzazione mafiosa nella decisione di alzare il livello dello scontro con lo Stato. Graviano, inoltre, potrebbe fornire elementi su aspetti economico-finanziari legati alla mafia. Le affermazioni relative agli investimenti di capitali mafiosi nell’imprenditoria del Nord Italia richiedono un’analisi rigorosa e un riscontro documentale definitivo, al fine di distinguere con precisione tra ipotesi tattiche e fatti effettivamente fortificati. In prospettiva, l’audizione potrebbe anche contribuire a comprendere le ragioni dell’improvvisa cessazione delle stragi all’inizio del 1994, valutando cosa sia realmente intervenuto negli assetti di potere nella fase di transizione istituzionale. La procura della Repubblica di Caltanissetta e i legali delle parti civili hanno comunque sottolineato i rischi connessi a questa audizione: dalla possibilità di depistaggi, fino alla trasmissione di messaggi indiretti rivolti all’esterno delle aule giudiziarie. Proprio per questo, l’ascolto di un esponente del calibro di Graviano non deve mai trasformarsi in una cassa di risonanza priva di controlli. Ascoltare, però, non significa accettare senza riserve, ma verificare con il massimo rigore probatorio, ricercando riscontri, coerenze e risorse informative realmente utilizzabili.

Nulla di intentato

La ricerca della verità sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio impone di non lasciare inesplorata alcuna pista. Occorre affrontare con decisione, strumenti tecnici e metodo rigoroso anche le testimonianze più ambigue o difficili, nell’interesse della giustizia, della verità e della memoria storica del nostro Paese.

Vincenzo Musacchio, Professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies presso la Rutgers University of Newark (Usa)