Mentre dodici Paesi scelgono di colpire il commercio con gli insediamenti illegali israeliani nei territori palestinesi occupati, il governo Meloni resta fuori dalla storia. Non si aggiunge al gruppo. E quando il diritto internazionale viene piegato dalla forza, il silenzio non è equilibrio: è una precisa scelta politica. La svolta arriva da Londra. Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia confermano l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali o sostenere misure europee contro il commercio dei beni prodotti negli insediamenti israeliani. È un passo parziale rispetto alla tragedia di Gaza e alla violenza dei coloni. Ma è un passo, e rende più vistosa l’assenza dell’Italia. Israele ha reagito con durezza.
La ritorsione di Israele
Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha definito “scandalose e false” le accuse britanniche e annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme, l’espulsione dei rappresentanti del Regno Unito dal centro di coordinamento del Board of Peace a Kiryat Gat e della forza “British support team” a Ramallah, che addestra le forze dell’Autorità palestinese, oltre al divieto di ingresso per dodici funzionari di Londra, tra cui l’ex leader laburista Jeremy Corbyn. Londra ha scelto di pagare un prezzo diplomatico. Roma, ancora una volta, ha scelto di non pagarne nessuno.
Per mesi, in Europa, sulle sanzioni a Israele ha prevalso lo stallo. La Commissione aveva messo sul tavolo licenze di importazione, dazi punitivi e divieto di commercializzazione dei prodotti delle colonie. Ma al Consiglio Affari Esteri e nelle riunioni dei rappresentanti permanenti i numeri non sono mai arrivati. A frenare sono stati anche Paesi come Germania e Italia. Roma ha preferito la “preoccupazione”, l’alibi della complessità.
La linea di Meloni e Tajani
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha interpretato la Farnesina come una diplomazia del rinvio. Quando serviva un passo in avanti, ha preferito un mezzo passo indietro. Quando l’Europa discuteva misure concrete, l’Italia si è rifugiata nella cautela. Quando Benjamin Netanyahu alzava il livello dello scontro, Roma abbassava il tono. Non è realismo. È subordinazione politica a una linea decisa a Palazzo Chigi: non rompere mai con Israele, non isolare mai Netanyahu. Un passaggio che l’amicizia con Donald Trump rendeva ancora più stringente per Giorgia Meloni e di conseguenza per Tajani.
Così altri Paesi occupano lo spazio che l’Italia avrebbe potuto presidiare. Londra si muove, Parigi firma, Madrid e Dublino spingono, i Paesi nordici scelgono misure concrete. L’Italia resta a guardare. E si consuma il paradosso: un governo che rivendica centralità nel Mediterraneo si ritrova marginale sulla crisi più decisiva del Medio Oriente. Il richiamo ad Haaretz rende il quadro più pesante. Secondo il quotidiano israeliano, il 23 settembre 2023 Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito Netanyahu che Yahya Sinwar preparava un “terremoto” contro Israele. Netanyahu nega. Ma se la ricostruzione fosse confermata, il problema prima del 7 ottobre diventerebbe ancora più grave: non solo un fallimento degli apparati, ma un allarme arrivato al vertice e non trasformato in decisione. C’è chi dice che Netanyahu avrebbe deciso di sacrificare migliaia di israeliani per pianificare il genocidio.
Complicità
Gaza è stata devastata, la Cisgiordania è soffocata dagli insediamenti, la soluzione a due Stati viene demolita ogni giorno sul terreno. Eppure il governo italiano continua a comportarsi come se bastasse pronunciare parole umanitarie per assolvere alla propria responsabilità. Non basta. Meloni e Tajani hanno scelto di non disturbare Netanyahu. Hanno lasciato che la linea italiana coincidesse con l’attesa, con il rinvio, con la speranza che fossero altri a esporsi. Ora altri si sono esposti davvero. E l’Italia non c’è. Se gli insediamenti sono illegali, il commercio con quegli insediamenti non può essere trattato come una normale relazione economica. Chi continua a farlo sceglie di rendere ordinaria l’occupazione. La prima pagina di oggi è tutta qui: dodici Paesi decidono di muoversi, Israele reagisce con ritorsioni, l’Italia resta ferma. Non è cautela. È immobilismo. E sull’immobilismo resta impressa una parola sola: complicità.