Università e lavoro: nel 2010 eravamo pari alla Spagna per stipendi, oggi un laureato a Madrid vale il doppio di uno a Roma

Nel 2010 il premio spagnolo della laurea stava sotto il nostro, oggi è più del doppio. Pesano microimprese e atenei che danno poco.

Università e lavoro: nel 2010 eravamo pari alla Spagna per stipendi, oggi un laureato a Madrid vale il doppio di uno a Roma

Venticinque per cento: tanto guadagna in più un laureato italiano fra i 25 e i 34 anni rispetto a un coetaneo diplomato, secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) messi in fila ieri da Pagella Politica, che accanto all’Italia piazza il più 45 della Spagna, il più 44 della Francia, il più 35 della Germania e il più 37 della media dell’Unione europea. Laurearsi conviene anche qui, solo che conviene meno che nei tre grandi Paesi con cui amiamo confrontarci.

Eppure l’economia da manuale prevede l’esatto opposto: dove i laureati scarseggiano, le imprese dovrebbero contenderseli a colpi di stipendio. E l’Italia i laureati li produce col contagocce, visto che nel 2024, secondo l’Education and Training Monitor della Commissione europea, aveva un titolo terziario il 31,6% dei 25-34enni, una delle quote più basse dell’Unione. Rari e pagati meno, quindi. Il titolo almeno ripara dalla disoccupazione: nel 2024, riporta l’Ocse, era senza lavoro il 6,5% dei giovani laureati attivi contro l’8,9% dei diplomati. La legge della domanda e dell’offerta, qui da noi, deve essersi presa un lungo congedo.

Dall’università al lavoro: 13 anni di saliscendi

Il divario è tutto meno che una fotografia ferma. Nella banca dati dell’Ocse, contando i soli lavoratori a tempo pieno, il vantaggio dei giovani laureati italiani valeva quasi il 25% nel 2010 e poi è precipitato a poco più dell’11% nel 2016, prima di schizzare oltre il 35% nel 2021 e di tornare a scendere nel 2023 fino a poco sopra il 20%, cioè sotto il livello da cui era partito tredici anni prima.

La Spagna, che nel 2010 stava perfino sotto di noi, nel 2023 ha superato il 45%. La Germania intanto è scivolata da oltre il 45% del 2016 a meno del 35% e resta comunque quattordici punti sopra. Un giovane laureato spagnolo e uno italiano, nel 2010, partivano pari. Nel 2023 il premio del primo era più del doppio di quello del secondo, e un sorpasso così largo merita più di un’alzata di spalle.

Aziende piccole, stipendi piccoli

Le cause hanno nomi precisi. Nel 2017 la Strategia per le competenze dell’Ocse descriveva un’Italia intrappolata in un “low-skills equilibrium”, dove un’offerta scarsa di competenze incontra una domanda debole delle imprese, con le aziende a gestione familiare oltre l’85% del totale e circa il 70% dell’occupazione, e con salari legati all’età e all’esperienza più che alla prestazione. Il resto lo dice l’Istituto nazionale di statistica (Istat): nel 2022 il 42,3% degli addetti lavorava in microimprese sotto i 10 addetti, e lì dentro, come ha scritto Pagella Politica, un laureato preparato per le grandi imprese innovative trova aziende piccole che stipendi elevati proprio non possono pagarli.

Il meccanismo l’aveva già misurato nel 2011 uno studio della Banca d’Italia firmato da Fabiano Schivardi e Roberto Torrini: la riforma del 3+2 aveva aumentato in modo netto l’offerta di laureati, e la crescita del loro impiego nelle imprese è venuta da un innalzamento diffuso dell’istruzione della forza lavoro, senza una ricomposizione del sistema produttivo verso attività a più alta intensità di capitale umano. Insomma, la laurea in azienda è entrata dalla porta di servizio.

Resta la parte di responsabilità che sta dall’altro lato del bancone, perché anche l’università ha le sue colpe quando consegna al mercato un titolo che vale meno di quanto promette. Secondo l’indagine Ocse sulle competenze degli adulti del 2023, fra i 25 e i 65 anni i laureati italiani superano i diplomati di 19 punti nella lettura, contro i 33 della media Ocse, e restano sotto i diplomati finlandesi. Fra il primo ciclo dell’indagine e il 2023, aggiunge l’Ocse, il punteggio medio in lettura dei laureati italiani è sceso da 282 a 271. Imprese che chiedono poco, università che aggiungono meno del dovuto: quel più 25 è la ricevuta di un accordo al ribasso firmato da entrambe le parti.