Giovedì, nell’Aula di Montecitorio, il presidente della Knesset Amir Ohana ha sollevato davanti ai rappresentanti di una sessantina di Parlamenti un libro di 1.250 pagine con una sola parola stampata sei milioni di volte, “ebreo”, e ha detto che in quell’aula tutti conoscevano la verità: secondo lui Israele non commette un genocidio, e chi lo afferma diffonde una menzogna spregevole. Ha aggiunto che Israele il genocidio lo combatte. Qualche applauso, ha registrato il Times of Israel. In giornata il presidente della Camera Lorenzo Fontana lo ha incontrato in uno dei suoi dieci colloqui bilaterali. Sulla parola che Ohana chiama menzogna, il 16 settembre 2025, la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite aveva già scritto che Israele è responsabile di genocidio nella Striscia di Gaza.
Quel giovedì mattina, alla Farnesina, Ilyas Abu Safiya consegnava con Amnesty International oltre 100.000 firme per suo padre Hussam, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord della Striscia, portato via dai militari israeliani il 27 dicembre 2024. Due mesi prima dell’arresto Hussam aveva sepolto il figlio Ibrahim, ucciso da un drone davanti al cancello dell’ospedale, vicino a un muro del cortile, per tenerlo accanto a sé, ed era rimasto con i suoi pazienti. Israele lo accusa di avere un grado in Hamas. Un’accusa mai diventata imputazione. Poi, all’Università Roma Tre, Ilyas ha ritirato per lui il Premio Rufini, assegnato fra gli altri da Amnesty e da Medici Senza Frontiere.
L’aula che decide per lui sta a Gerusalemme, dove il 16 giugno la Corte suprema ha respinto il suo ricorso: resta detenuto in base alla legge sui combattenti illegali, con ordini “rinnovati a tempo indeterminato” e “senza incriminazione né processo”, scrivono le organizzazioni che lo hanno premiato.