Morte di David Rossi, il supertestimone condannato per calunnia. Critiche da Pd e Ordine dei giornalisti al presidente della Commissione, Vinci

Solo il Pd aveva criticato Vinci, che ora ammette “Giusto avere dubbi. L'Ordine dei giornalisti: “Violata la presunzione di innocenza”

Morte di David Rossi, il supertestimone condannato per calunnia. Critiche da Pd e Ordine dei giornalisti al presidente della Commissione, Vinci

Prima i nomi, poi i dubbi. Lunedì, in conferenza stampa, Gianluca Vinci, esponente di Fratelli d’Italia e presidente della commissione d’inchiesta sulla morte di David Rossi, aveva fatto due nomi. Mandante ed esecutore materiale del delitto. Aveva espressamente indicato l’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari, amico fraterno del manager, il quale avrebbe ordinato un’intimidazione poi finita in tragedia. E l’ex calciante fiorentino Gabriele Ceccherelli, detto “Zena”, identificato come l’organizzatore.

Una scelta, quella di Vinci (appoggiato dalla stragrande maggioranza dei membri della commissione) che da subito aveva sollevato forti dubbi. Soprattutto rispetto alle fonti, rimaste segrete. Tanto che ieri il presidente è stato costretto a dichiarare: “È giusto che ci siano dei dubbi sui testimoni, in tutti i processi, mi meraviglio che qualcuno sollevi delle ovvietà”.

Morte David Rossi, chi è il super testimone

Ma qui siamo oltre le “ovvietà”. Il problema infatti è chi ha accusato. Vinci aveva parlato di elementi raccolti dai consulenti “nell’ambito di alcuni colloqui con detenuti” e i verbali erano usciti pieni di omissis: coperto il nome di chi accusa, in chiaro quello degli accusati.

Ieri Il Fatto Quotidiano quel nome l’ha fatto: Saverio Giampà, 61 anni, nato a Catanzaro. Ed è bastato poco per risalire alla sua storia giudiziaria.

Giampà è infatti gravato da una condanna per calunnia, per fatti del 1999, definitiva nel 2002: aveva accusato di una tentata rapina finita in omicidio un cittadino albanese che sapeva innocente. Lo fece mentre “stava per andare in carcere per espiare una lunga pena”. Lo scopo, secondo la sentenza: “accreditarsi nuovamente con i magistrati” e tornare nei programmi di protezione.

Cacciato dal programma di protezione pentiti

Si perché nel 1996 si era pentito, ma nel 1997 aveva perso la protezione per condotte “in netto contrasto con le norme comportamentali”. Inoltre ha patteggiato per narcotraffico nei primi anni ‘90 e ha condanne per usura, lesioni ed estorsione.

Ad aprile 2026 il tribunale di Bologna lo ha condannato in primo grado a sette anni. È in quella sentenza che i giudici fanno menzione alla vecchia calunnia, che, dicono, “proietta una luce peculiare sugli impulsi” che possono averlo spinto “a proporsi come collaboratore dell’autorità giudiziaria”.

E nel luglio 2025, riporta Calabria7News, un gip ha archiviato una vicenda calabrese giudicando “inattendibili” le sue accuse. E oggi Giampà è di nuovo in carcere. Con tutti i dubbi del caso sulla sua attendibilità…

Vinci all’attacco del Pd

Ieri, intanto, Vinci è andato all’assalto del Pd, unico gruppo a nutrire forti dubbi sull’intera operazione. “Non mi stupisce la presa di posizione del Pd, è l’unico partito che era assente quando abbiamo accertato e dichiarato all’unanimità l’esclusione del suicidio di Rossi”, ha attaccato il presidente.

E “sempre il Pd è il gruppo che ha inviato subito dopo una lettera, chiedendo di risentire tutti i consulenti della precedente commissione che avevano di fatto parlato di suicidio”.

Morale: “Oggi che stiamo cercando di verificare le fonti non potrebbero dichiarare diversamente, essendo fermi all’ipotesi suicidaria”. Destinatari della risposta i commissari dem Marco Lacarra, Emiliano Fossi e Andrea Rossi, che avevano espresso “forte perplessità per la gestione del presidente”.

I tre avevano criticato “prima la fuga di notizie riservate, di cui non conosciamo l’origine e sulla quale non ci risulta sia stata aperta un’istruttoria; poi la diffusione televisiva di nomi e responsabilità ancora da verificare”. Con Vinci, per giunta, ospite della stessa trasmissione.

Anche la famiglia di Rossi non è certo convinta. “Non comprendiamo davvero perché siano stati fatti nomi e cognomi in questa fase. Siamo rimaste attonite dalla modalità”, ha detto la figlia, Carolina Orlandi.

L’avvocato Carmelo Miceli, che assiste lei e la madre Antonella Tognazzi, ha parlato di “sgomento” e del rischio di “una condanna sommaria e mediatica”. E ha chiesto che le carte vadano a una procura.

Le critiche dell’Ordine dei Giornalisti

Durissimo il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, che ha stigmatizzato la “violazione delle più elementari norme del diritto da parte del presidente della Commissione”, il quale “annuncia pubblicamente, senza che sia stato celebrato un processo, i responsabili della morte del compianto collega Rossi”.

“Osservo”, ha quindi aggiunto Bartoli, “che se poi le affermazioni del presidente Vinci dovessero mai trovare una qualche rispondenza nella realtà, saremmo in presenza di una palese violazione del segreto investigativo”.