Diciassette documenti sulle infrastrutture pagate dall’Unione europea a Gaza restano chiusi negli uffici della Commissione europea: li aveva chiesti il giornale EUobserver, che voleva contare quante di quelle opere fossero finite sotto le bombe israeliane. Bruxelles li ha negati tutti. Ad aprile Nawaf al-Akhras, padre di sette figli sfollato da Rafahalla tendopoli di al-Mawasi, a Khan Younis, raccontava ad Al Jazeera fino a cinque ore di fila con il figlio maggiore per riempire due taniche, e in famiglia si raziona perfino l’acqua da bere.
Il 2 ottobre l’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) registrava ai minimi i due impianti di desalinizzazione del sud, con l’acqua potabile di circa 500.000 persone in bilico fra Deir al-Balah e Khan Younis. Uno l’ha pagato l’Europa. Secondo EUobserver l’impianto e la sua condotta di 18 chilometri, 30 milioni di euro, sono stati colpiti dai raid israeliani dopo il 7 ottobre 2023, e il 22 ottobre l’Ocha scriveva che lavora sotto capacità perché mancano membrane e ricambi, trattenuti da ostacoli burocratici e amministrativi imposti dalle autorità israeliane.
Il 25 settembre EUobserver si è rivolto alla Mediatrice europea Teresa Anjinho, che il 14 ottobre ha aperto un’indagine e ha dato alla Commissione tempo fino al 4 novembre: se la risposta non la convince, i documenti li leggerà lei. Mercoledì un portavoce di Bruxelles ha detto al New Arab che la Commissione è “una delle istituzioni più trasparenti al mondo”. Fra i motivi del rifiuto, ha spiegato al New Arab l’ufficio della Mediatrice, compaiono la protezione dei dati, gli interessi commerciali e le relazioni internazionali. I raid che hanno colpito l’impianto erano israeliani, e israeliani sono gli ostacoli che oggi ne trattengono i ricambi.