Curarsi fuori da Gaza era più facile sotto i bombardamenti, per un bambino. Lo dicono i dati che l’Organizzazione mondiale della sanità ha fornito a Save the Children, resi pubblici al Cairo il 29 ottobre: tra il 7 ottobre 2025 e il 6 ottobre 2026, nel primo anno di tregua, sono usciti per cure 1.010 bambini, contro i 1.241 dell’anno precedente e i 4.163del primo anno di attacchi israeliani sulla Striscia. Il calo sul primo anno è del 75 per cento.
Layan, come la chiama l’organizzazione, ha nove anni ed è tra quelli che sono usciti. È arrivata al Cairo con la madre Reem, 38 anni, in cura per un cancro al seno, mentre il fratello Mohamed, dieci anni, orfano del padre, è rimasto a Gaza e passa da una zia all’altra. «Voglio solo stare con mio fratello», ha detto Layan. Reem dice la stessa cosa con le parole di una madre: «Tutto ciò che voglio è riabbracciare mio figlio e vivere in un luogo sicuro». Il centro egiziano che i cooperatori chiamano “Piccola Gaza” segue 750 bambini, ne tiene quasi 5.000 in lista d’attesa e rischia di chiudere l’anno prossimo per mancanza di fondi.
Il ministero della Salute di Gaza, come riporta Al Jazeera il 29 ottobre, conta 21.468 malati e feriti che devono curarsi all’estero, 6.430 dei quali con priorità, e accusa Israele di chiusure ripetute e ritardi deliberati, mentre da febbraio, quando il valico di Rafah ha riaperto dopo la chiusura del maggio 2024, ne sono usciti 3.056. Ho fatto il conto sui numeri del ministero e a questo ritmo, ammesso che nessun altro si ammali, per far uscire tutti servono più di cinque anni.
Il piano in venti punti pubblicato dalla Casa Bianca il 29 settembre 2025, da cui è nata la tregua, prevedeva “l’apertura del valico di Rafah in entrambe le direzioni”. Mohamed intanto è ancora dall’altra parte.