Gli alloggi bnb possono rimanere, ma non potranno nascerne di nuovi. La frase più nuda della stretta fiorentina sugli affitti turistici l’ha scritta un giudice. Il 14 maggio 2026 il Tar della Toscana ha pubblicato tre sentenze che respingono diciannove ricorsi contro il regolamento del Comune di Firenze sulle locazioni brevi. La prima sezione ha scritto che la tutela dell’ambiente urbano, gli obiettivi di politica sociale e culturale e la conservazione del patrimonio storico sono “motivi imperativi di interesse generale che giustificano restrizioni della libertà di iniziativa economica”. Tradotto: chi governa una città può deciderne la forma.
I ricorsi venivano da operatori, società di gestione, associazioni di categoria, privati. Lamentavano la violazione del diritto di proprietà e della libertà d’impresa, il contrasto con la direttiva europea Servizi, l’invasione delle competenze statali. Tutto respinto. Il Tribunale ha richiamato la sentenza 186/2025 della Corte costituzionale, depositata il 16 dicembre 2025, che aveva già confermato l’impianto del Testo unico del turismo toscano, la legge regionale 61 del 2024. Due gradi di giudizio, stesso verdetto.
I numeri spiegano perché la posta è alta. Nel giugno 2025 a Firenze risultavano attivi 11.918 annunci su Airbnb secondo Inside Airbnb, l’85 per cento interi appartamenti, oltre il 70 per cento nel centro storico. Da circa 150 inserzioni nel 2012 a oltre 12mila in poco più di dieci anni. Nel Quartiere 1, il centro storico, vivono 62.518 residenti, un quarto dei quali ultrasessantacinquenni. Il regolamento approvato dal Consiglio comunale il 5 maggio 2025, in vigore dal 31 maggio, blocca i nuovi insediamenti a uso turistico nell’area Unesco, contingenta le locazioni alle unità già destinate nel 2024, fissa autorizzazioni quinquennali e una superficie minima di 28 metri quadrati. Chi vende casa perde la licenza: l’autorizzazione decade col vecchio proprietario.
La gentrificazione era ineluttabile
Per anni la trasformazione di Firenze in vetrina è stata raccontata come destino. Il mercato decideva, le piattaforme crescevano, i residenti se ne andavano a Scandicci o Sesto, la politica guardava. La sentenza del Tar smonta quel racconto. La Corte costituzionale aveva già scritto che correggere i fallimenti del mercato rientra fra le opzioni legittime del legislatore, e che la proprietà ha una funzione sociale, articoli 41 e 42 della Costituzione. È una norma che da decenni dorme nei manuali. A Firenze qualcuno ha deciso di usarla.
Il punto politico è qui. La forma di una città è una decisione, prima che un fatto. Quando un immobile su dieci nel centro smette di essere casa e diventa business, le conseguenze sono prevedibili: meno residenti, negozi per chi resta poche ore, servizi di quartiere che chiudono. Firenze è intervenuta sulla destinazione d’uso, lo strumento urbanistico più antico che esista, l’articolo 7 della legge urbanistica del 1942. La sindaca Sara Funaro ha parlato di “giornata storica” e di vittoria “non solo a livello locale, ma anche nazionale”.
Le periferie pagano il conto
Resta il problema che la stretta ha spostato altrove. A luglio 2025 gli annunci in città erano saliti a 13.043, con un balzo di circa 900 unità in due mesi: il blocco in centro ha gonfiato Gavinana, Novoli, Rifredi, le zone lungo la tramvia. Palazzo Vecchio ha annunciato l’estensione dei vincoli oltre l’area Unesco. Lorenzo Fagnoni, presidente di Property Managers Italia, parla di approccio “fortemente restrittivo” che riduce l’offerta senza toccare le cause dei problemi abitativi, e annuncia il probabile ricorso al Consiglio di Stato.
La gentrificazione resta un processo potente, e una sentenza da sola non lo ferma. Quello che le pronunce del 14 maggio dicono è un’altra cosa, più scomoda per chi ripeteva che era inevitabile: si poteva. Bastava decidere.