Al Senato va in scena il teatro dell’assurdo. Pur di garantirsi l’ultimo spot Salvini ordina ai suoi di votare sì all’autorizzazione a procedere per il caso Gregoretti

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Al paradosso non c’è mai fine. E così nella vicenda del processo a Matteo Salvini, per sequestro di persona (nel luglio scorso bloccò la Gregoretti, non autorizzando lo sbarco di 131 immigrati) tra un mese, nell’Aula del Senato, a chiedere il rinvio a giudizio dell’ex ministro dell’Interno sarà proprio un esponente leghista: Erika Stefani. A tale risultato rocambolesco siamo giunti dopo che la Giunta delle immunità ha dato il via libera al processo. La maggioranza, in segno di protesta contro la scelta della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, di votare assieme ai rappresentanti del centrodestra contro il rinvio del verdetto a dopo le elezioni, ha disertato la riunione. E lo stesso hanno fatto i due del Misto. E ha lasciato che a vedersela fossero i membri di minoranza: 5 Lega, 4 FI e uno FdI.

Come da indicazioni del capo, che si atteggia a novello Silvio Pellico pronto a scrivere le sue prigioni, i leghisti hanno bocciato la relazione del presidente Maurizio Gasparri (nella foto) che chiedeva di negare l’autorizzazione a procedere richiesta dai giudici. A favore della proposta i 4 di FI e Alberto Balboni di FdI. Ma in caso di pareggio prevalgono i “no”. Da qui il via libera al processo. Secondo il Regolamento del Senato, l’Assemblea, in caso di concessione dell’autorizzazione, prende atto delle decisioni della Giunta senza procedere a votazioni. A meno che 20 senatori presentino una mozione di segno opposto, che a quel punto dovrebbe essere votata (art.135 bis). Salvini fa sapere che la Lega non cambierà idea neanche in Aula, dunque a febbraio potrebbe non servire un voto per confermare il sì al processo.

“Salvini non ha nulla da nascondere. Smaschereremo il bluff e andiamo al vedo”, ha annunciato Stefani. Rimane agli atti che la Lega con il suo voto di ieri ha negato che il Capitano abbia agito per il preminente interesse pubblico e che ci sia stata piena condivisione da parte del governo. Come invece ha sostenuto Gasparri che ha lavorato contro il rinvio del voto. Rigettando le richieste di istanze istruttorie provenienti dalla maggioranza e sostenendo – con l’avallo del presidente del Senato – che la Giunta è un porgano paragiurisdizionale e dunque non assimilabile alle altre commissioni. Per le quali è stata decisa una pausa dei lavori dal 20 al 24 in vista delle elezioni. E così se la maggioranza non ha voluto regalare alla Lega il martirio da sfruttare nell’ultimo tratto della campagna elettorale, Salvini il dono se l’è fatto da solo.

Il marketing politico della Lega si è subito messo in moto: è stato lanciato un sito in cui aderire all’iniziativa di un digiuno per il Capitano ed è stato annunciato un indirizzo internet per gli avvocati intenzionati a difenderlo. Non c’è forza politica della maggioranza che non abbia preso le distanze dal leader leghista. Il numero uno del Pd Nicola Zingaretti lo definisce “patetico”. Il capo politico dei 5Stelle Luigi Di Maio lo accusa di essere passato dal “sovranismo al vittimismo”. Salvini replica accusando di vigliaccheria il Pd e minacciando di portare in tribunale l’allora, e attuale, premier Giuseppe Conte e Di Maio. Che continuano a ribadire che le responsabilità sulla Gregoretti ricadono sull’allora ministro dell’Interno. Conte parla di “competenza specifica” rivendicata da Salvini. E a chi si chiede come mai nel caso simile della Diciotti Salvini scelse di venir graziato risponde il senatore ex M5S Gregorio De Falco: “La differenza è che all’epoca non c’erano le Regionali”.