Andare da soli non paga più: così Grillo perde ovunque. E Di Maio torna sul banco degli imputati

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Zero titoli. Per il Movimento 5 Stelle il giorno dopo il primo turno delle Amministrative ha il sapore amaro della sconfitta. I pentastellati sono fuori da tutti i ballottaggi che contano, a cominciare da Genova (la città di Beppe Grillo segnata dal caso-Cassimatis) e soprattutto Parma, la ex Stalingrado del Movimento trasformatasi nel giro di cinque anni nella sua Caporetto. Certo, le Amministrative sono una cosa e le Politiche un’altra. Ma la figuraccia rimediata dai grillini, checché ne dicano gli interessati, è sotto gli occhi di tutti. Grillo, com’era prevedibile, ha giocato all’attacco. “Tutte le prime pagine dei giornali sono dedicate al fallimento del Movimento 5 Stelle”, ha scritto il fondatore sul blog: “Tutti gongolano esponendo raffinate analisi sulla morte dei 5 Stelle, sul ritorno del bipolarismo, sulla débâcle del Movimento, sulla fine dei Grillini. L’hanno detto dopo le politiche, dopo le europee, dopo le regionali, dopo il referendum. Fate pure anche ora. Illudetevi che sia così per dormire sonni più tranquilli. Noi – ha tuonato – continuiamo ad andare avanti per la nostra strada”.

Mea culpa – Più tardi però è stato Max Bugani, capogruppo del M5S a Bologna e fedelissimo di “Beppe”, ad ammettere che “i casi di Roma e Torino sono particolari e ci hanno molto illusi, ma la verità è che il Movimento localmente è spesso tagliato fuori se destra e sinistra non si dividono. Ora – ha annunciato – dobbiamo fare una riflessione. E visto che si avvicinano le elezioni politiche dobbiamo riflettere sulla regola del doppio mandato. Un vincolo che ha fatto da freno a molti”. Infatti il problema sta tutto lì, nel mantra grillino di non scendere a patti con nessuno. Una strategia che ha premiato finché è durata ma che adesso comincia a presentare il conto. Per la creatura di Grillo e Davide Casaleggio, lo scorporo dei voti è impietoso. Il M5S non supera il 10%, fermandosi al 9. Ma il dato forse più significativo (e che getta qualche ombra sul possibile successo in Sicilia il 5 novembre) è quello del Sud. Benché nella narrazione grillina il Mezzogiorno sia considerato una roccaforte, i numeri dicono che lì il Movimento ha riscosso il 6% dei suffragi andando peggio che nel resto del Paese: 10,4% al Nord e 9,6% al Centro.

Resa dei conti – Perciò ieri i sentimenti più comuni tra i pentastellati erano scoramento e rabbia. Nessuno dei parlamentari ha parlato ufficialmente, solo Danilo Toninelli è andato in Tv a dire che “i nostri candidati non hanno dietro apparati che si nascondono dietro accozzaglie con i simboli di partito che spariscono dalle liste” e che “domani saremo la prima o seconda forza politica nazionale”. Previsioni ottimistiche che però non sono bastate a sedare i malpancisti, tornati a puntare il dito contro Luigi Di Maio, che nel M5S è pure il responsabile Enti locali. Infatti c’è chi ha fatto notare che avere troppi ruoli alla fine sia controproducente e non porti ai risultati sperati. Tra l’altro, nei giorni scorsi è stata sconfitta anche la linea dialogante portata avanti sulla legge elettorale dal Di Maio “pragmatico e di governo”. Per Grillo il leader in pectore resta lui. Chissà se da oggi in poi basterà.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

Il suicidio del servizio pubblico

La difesa strettamente burocratica, da perfetto travet, fatta dal direttore di Rai3 Franco Di Mare in Commissione di vigilanza (leggi l’articolo) per scrollarsi di dosso l’accusa di censura sul concertone del Primo Maggio, spiega più di un’intera enciclopedia perché il Servizio pubblico in Italia è

Continua »
TV E MEDIA