App volontaria e con il via libera del Parlamento. Continuano le polemiche sull’utilizzo di Immuni per tracciare i contatti sospetti

di Raffaella Malito
Politica

Sarà volontaria e verrà coinvolto il Parlamento. Il premier sgombra il campo dalle polemiche sull’app Immuni, scelta dal governo per avviare una mappatura dei contatti sospetti. Viene scartata l’ipotesi sull’obbligatorietà e sul fatto che a disciplinarla potesse magari bastare un Dpcm. “Quest’applicazione – spiega Giuseppe Conte – sarà offerta su base volontaria e non su base obbligatoria. Faremo in modo che chi non vorrà scaricarla non subirà limitazione dei movimenti o altri pregiudizi”. Su questo processo – assicura – verranno informati i capigruppo di maggioranza, ma anche di minoranza: “Io stesso mi riservo di riferire puntualmente alle Camere. Il coinvolgimento del Parlamento deve essere pieno e stringente, essendo coinvolti diritti costituzionali fondamentali”.

Il giorno prima tutte le forze politiche si erano trovate d’accordo nell’esigere il coinvolgimento delle Camere e nel chiedere una legge. In due incontri avuti con i capigruppo di maggioranza e opposizione il governo ha assicurato che l’autorizzazione dell’app passerà attraverso una norma di rango primario e che sarà su base volontaria, che il server avrà sede in Italia e che i dati raccolti non saranno utilizzati per altri fini se non il contact tracing. Perché funzioni dovrà coinvolgere almeno il 60% della popolazione, se non il 70%. A tal fine il governo sta pensando a incentivi per invogliare a scaricarla. Come la possibilità di avere un contatto diretto col medico di famiglia evitando, per esempio, di andare in studio per ricette e prescrizioni.

Il commissario Domenico Arcuri spiega che l’uso diventa fondamentale al fine di alleggerire le disposizioni restrittive. L’alternativa è che “le misure di contenimento non possano essere alleggerite” e che ci si privi “di quote importanti della nostra libertà”. L’app – assicura Arcuri – risponderà a due requisiti fondamentali: la sicurezza e la privacy. I dati anagrafici e sanitari dei cittadini dovranno essere conservati su “un’infrastruttura pubblica e italiana”. Su questo ha acceso un faro anche il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese: “E’ necessario garantire la sicurezza dei dati di 60 milioni di italiani”. Rassicura il ministero dell’Innovazione: “La tecnologia per il tracciamento dei contatti – si legge sul suo sito – potrebbe essere adottata in modalità compatibili con le necessità di rispettare diritti e libertà fondamentali dei cittadini sanciti dalla Costituzione”.