Barack non tira più. Anche gli alleati gli voltano le spalle

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da New York
Massimo Magliaro

La sconfitta di San Pietroburgo è destinata a bruciare a lungo sulla pelle del presidente Barack Obama. E’ una sconfitta come da parecchio tempo non si registrava sugli scenari internazionali. Gli Stati uniti erano abituati a trainare le diplomazie alleate e, in alcuni momenti, anche le altre in scelte e iniziative su scala mondiale. Il copione di primi attori della politica internazionale veniva sempre rispettato, magari non sempre allo stesso livello ma comunque in misura accettabile per Washington.
Questa volta non è andata così. Da Papa Francesco alle altre confessioni religiose della regione mediorientale, dalla stragrande maggioranza delle Nazioni aderenti all’Unione europea a tutti i Paesi membri della Organizzazione degli Stati sudamericani, dalla Lega araba al fronte sciita, tutti, magari in modi differenti, hanno detto no all’attacco americano alla Siria. Questi no si sono sommati, com’era inevitabile, a quelli della Russia, della Cina e dell’India.Con Obama, per ora, è rimasta solo la Francia e la Turchia oltre che l’Arabia saudita e il Qatar. Roba significativa ovviamente ma assai sotto la misura sperata dall’Amministrazione americana.Parlare di isolamento internazionale di Obama probabilmente è eccessivo ma certamente non si è lontani dal vero. Più che un oceano per manovrare diplomaticamente l’acqua della quale Washington ha bisogno si è ridotta ad un laghetto di montagna.
Martedì Obama parlerà al popolo americano. “Politico” ha subito fatto un sondaggio nel quale oltre il 30 per cento degli intervistati si è dichiarato “comunque non coinvolto” da quel che il presidente dirà. Speranze ridotte. Credito consumato. In altri momenti ci sarebbe stato un plebiscito di attese favorevoli e appunto speranzose verso le parole del presidente.

I sondaggi
Ed anche gli altri sondaggi di “Politico” sono amari per Obama. Il 55 per cento degli americani resta contrario all’intervento. L’offensiva mediatica della Casa Bianca non ha spostato consensi e dissensi. Il 78 per cento vuole che vengano annunciati prima alla pubblica opinione i dettagli di una eventuale operazione militare. E qui casca l’asino. Anche ieri, da San Pietroburgo, è trapelato che gli obiettivi probabili dell’attacco saranno più vasti di quelli, chirurgici, che aveva promesso in più occasioni Obama. Un po’ come quando Obama aveva detto che non ci sarebbero state truppe di terra e invece il suo Segretario di Stato, John Kerry, ha detto che no, ci potranno essere. E sempre ieri il “Wall Street Journal”, riportando fonti dell’intelligence, ha detto che si sta in realtà preparando un attacco alle basi di Hezbollah e all’Iran. E l’israeliano Avi Perry ha aggiunto che queste linee di intervento daranno vita ad una nuova Pearl Harbour. Tutto ciò è stato confermato dalla Abc e non è stato smentito.
Il 69 per cento poi, sempre per “Politico”, ha detto che comunque ci vuole l’autorizzazione preventiva del Congresso, anche se la Costituzione affidando al Presidente tutti i poteri di decisione militare, non lo prevede.

Il Congresso
Le ultime conte risalgono a prima del G-20 e dicono che si votasse oggi Obama “prenderebbe uno schiaffone” con 218 voti contrari all’intervento. Ron Paul, un repubblicano un po’ anarchico, ha detto ieri alla Abc che se il Congresso dovesse bocciare la proposta di Obama si tratterebbe di una “sconfitta storica”.
Mentre insomma Obama cerca di alzare il volume della sua voce nella speranza di tirare qualche Paese dalla sua parte ma in realtà solo facendo salire la tensione mondiale, in un video diffuso dai ribelli siriani, un loro esponente di nome Nadeem Baloosh ha annunciato di possedere, non lui ma il suo gruppo, le armi chimiche di cui si sta tanto parlando e che verranno utilizzate, come nel passato, per uccidere donne e bambini così come Obama ha ucciso Bin Laden.
In ogni caso il presidente Usa vorrebbe agire con l’assenso dell’Onu, ma la paralisi”al Consiglio di Sicurezza dovrebbe spingere le nazioni a lanciare un’azione militare senza la sua autorizzazione. “Se siamo seri nel voler sostenere il divieto di uso di armi chimiche, allora una risposta internazionale è richiesta” anche se non arriverà “attraverso il Consiglio di Sicurezza”.