Basta delocalizzazioni. E’ ora di rimpatriare le attività strategiche. Il 16% delle aziende ha lasciato l’Ue. Solo in Italia ben 35mila in 6 anni

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In questi giorni a Bruxelles una nuova parola è stata aggiunta al lessico quotidiano delle Istituzioni europee: il “reshoring”. Questo termine si riferisce a una strategia volta a riportare in Patria tutte le produzioni strategiche che sono state precedentemente delocalizzate. In altre parole, si tratta dell’opposto del più noto e controverso “offshoring”, che tanti danni ha fatto al nostro Paese. Le delocalizzazioni sono state uno dei fenomeni economici più dirompenti e nefasti della globalizzazione e hanno generato un’emorragia economica, produttiva, tecnologica, occupazionale che dura ormai da un ventennio.

Secondo Eurostat nel 2001-2006 ben il 16% delle aziende europee ha delocalizzato in Paesi terzi. In Italia, nel periodo 2009-2015, ben 35.000 aziende hanno spostato la loro produzione in un altro Paese. Il Ministro tedesco dell’economia, Peter Altmaier, ha recentemente rilanciato questa vecchia battaglia del Movimento 5 Stelle contro le delocalizzazioni auspicando il rientro in Europa di quella che un tempo avremmo definito industria pesante (automobile, siderurgia, chimica). Per la Germania riportare queste produzioni in Europa è una precondizione necessaria per garantire la sovranità tecnologica e industriale europea. Noi riteniamo che anche altri settori produttivi entrino a pieno diritto in questo elenco: dall’agricoltura al tessile di alta qualità.

L’Italia, che rappresenta la seconda forza manifatturiera europea, non può rimanere fuori da questo processo che innescherà una nuova competizione tra gli Stati Membri su chi sarà capace di attrarre il maggior numero di aziende. Noi ci batteremo per affermare parità di condizioni e capacità di attrazione che purtroppo oggi non esistono. Sono tre le condizioni per una competizione equa all’interno del mercato unico europeo: rivedere il Patto di stabilità che blocca la capacità di investimento degli Stati membri, sterilizzare quei meccanismi che ad oggi sono fonte di distorsione del mercato e generano concorrenza sleale, come il dumping fiscale e il salariale.

Infine, serve una revisione delle norme sugli aiuti di stato, unitamente all’estensione del golden power per impedire le acquisizioni di aziende strategiche. Per tutelare gli interessi del nostro Paese, tutti gli europarlamentari italiani a Bruxelles dovrebbero fare fronte comune su queste battaglie affinché il reshoring avvenga in modo corretto e trasparente, superando le storture presenti nel nostro mercato interno. In questo processo, il Recovery Fund sarà decisivo per invertire la tendenza, orientare gli investimenti nel medio e nel lungo periodo e ammodernare la amministrazione pubblica.

Noi ci batteremo, infine, per avviare anche una riflessione più ampia – sia a livello europeo sia nazionale – su una fiscalità di vantaggio, ma non più basata – come avvenuto nel recente passato – per la strenua difesa dell’esistente, bensì per premiare e valorizzare il ritorno delle produzioni di maggior valore aggiunto che hanno maggiori potenzialità di crescita e sviluppo in primis in termini occupazionali e di beneficio diretto per i territori in cui si radicano. L’Italia ha l’opportunità storica di invertire la tendenza rispetto al passato. Insieme, riusciremo a coglierla.
(contributo di Daniela Rondinelli, Eurodeputata M5S, nella foto)