Se le cose vanno male, siediti sulla riva del fiume e attendi il passaggio del cadavere del tuo nemico, avverte l’adagio. È più o meno ciò che deve aver fatto il commercialista milanese Gian Gaetano Bellavia: si è seduto sul Lungotevere e ha atteso di vedere i lampeggianti della GdF che convergevano sulla sede del Garante della Privacy.
Agenti inviati dai pm a sequestrare anche quei bilanci dell’Autorità – con costi di gestione e flussi finanziari – che il commercialista aveva analizzato e illustrato per conto di Report nelle due inchieste “Garante di chi?” e “La privacy del Garante” andate in onda tra novembre e gennaio.
Proprio lo stesso Garante che il 7 gennaio scorso aveva avviato contro Bellavia un’istruttoria dopo il furto di dati riservati (circa 1,3 milioni di file) subito dal suo archivio privato, diventando così protagonista, suo malgrado, di una caccia alle streghe orchestrata dalla destra, che prova a trasformare la vittima di un crimine in un “dossieratore seriale” da additare perfino in commissione Antimafia.
Bellavia aveva svelato i numeri del Garante
Ma perché tanto astio contro Bellavia? Semplice, perché aveva letto i numeri contabili dell’Authority, gli stessi che i pm riportano nel decreto di perquisizione ai danni dei membri del Collegio, dove si parla di un “significativo aumento” nei costi di rappresentanza e gestione dell’ente.
“I costi, a fronte di una spesa marginale nel 2021 (poco superiore a 20mila euro), avrebbero registrato un incremento significativo a partire dal 2022 – si legge nell’atto di 16 pagine -, raggiungendo nel 2024 circa 400mila euro annui, a fronte dell’innalzamento del tetto di spesa autorizzato dal Collegio nel 2020 da 3.500 euro a 5.000 euro”.
In base all’esame dei bilanci “consuntivi acquisiti sul sito istituzionale del Gpdp” si è rilevato “nel periodo 2021-2024, un incremento significativo delle voci riconducibili alle spese per organi e incarichi istituzionali dell’Autorità e alle spese di rappresentanza. Nello specifico, la voce relativa agli organi e incarichi istituzionali registra una crescita progressiva, che nel solo anno 2024 avrebbe raggiunto, passando da circa 851mila euro nel 2021, l’importo complessivo di 1.247.000 euro, in larga parte riconducibile a rimborsi per viaggi, soggiorni in alberghi di categoria ‘cinque stelle’, cene di rappresentanza, servizi di lavanderia, fino a ricomprendere altresì fitness e cura della persona”, annotano i pm.
Viaggi in business e alberghi da re
Nel decreto vengono citate anche le missioni all’estero: “In particolare quella del G7 di Tokyo (2023), il cui costo ufficialmente comunicato sarebbe stato di 34mila euro, ma che, secondo fonti interne e documentazione informale, avrebbe superato gli 80mila euro, di cui 40mila destinati ai soli voli. Analoga situazione si sarebbe verificata in occasione delle missioni in Georgia (Batumi) e in Canada”.
“Rileva”, aggiungono i pm, “che alcuni componenti del Collegio abbiano viaggiato in business class, pur in assenza dei presupposti previsti dalla pertinente regolamentazione, ben consapevoli di tale aspetto”.
Il Garante ci costa 35 milioni l’anno, aveva svelato il commercialista a Report
I magistrati capitolini, cioè, hanno messo nero su bianco ciò che aveva spiegato Bellavia in trasmissione, quando aveva evidenziato come il Garante per la Privacy costi alla collettività circa 35 milioni di euro all’anno, con gran parte delle risorse utilizzate per il mantenimento degli uffici (a partire dall’affitto della sede di Piazza Venezia, a Roma) e personale. Così come aveva sottolineato le decine di milioni depositate sul conto dell’Autority, senza motivazione plausibile.
Scomode verità (e una scomoda serietà del professionista) che a molti non erano piaciute.