Inizierà il prossimo 16 marzo il processo che vede imputati sette tra costruttori, funzionari del Comune di Milano e architetti, tra i quali l’archistar Stefano Boeri, per abusi edilizi nella costruzione del BoscoNavigli, il progetto immobiliare di lusso di Scalo San Cristoforo a Milano, finito coinvolto nelle inchieste sull’urbanistica della Procura.
Oltre a Boeri, a processo anche Oggioni e Viaroli
Il rinvio a giudizio è arrivato ieri dopo due ore di discussione davanti alla giudice Giovanna Taricco. Oltre all’attuale presidente della Triennale, andranno alla sbarra anche l’ex direttore dello Sportello unico edilizia, Giovanni Oggioni (già arrestato per corruzione in un filone della maxi indagine sull’urbanistica) e il dirigente del Comune di Milano, Andrea Viaroli.
Sono tutti accusati di cooperazione colposa in lottizzazione abusiva e in abusi edilizi per aver realizzato su un lotto libero di 8mila metri quadrati il palazzo, alto nel punto massimo oltre 40 metri per 12 piani, in assenza di un piano attuativo e in un’area in cui “l’altezza massima dei nuovi edifici non può superare l’altezza degli edifici preesistenti e circostanti”. Inoltre dovranno rispondere del fatto che la convenzione urbanistica per l’opera non è mai stata votata da consiglio e giunta comunali di Milano, come invece prevede la legge.
Contestati oneri di urbanizzazione sottostimati
Tra le imputazioni anche l’utilizzo scorretto del permesso di costruire convenzionato come titolo edilizio e presunti oneri di urbanizzazione sottostimati. La decisione di mandare a processo tutti gli imputati è arrivata al termine dell’udienza pre-dibattimentale, dopo che c’era stata, nei mesi scorsi, la citazione diretta a giudizio da parte della Procura di Milano.
“Boeri ha fatto sempre ed esclusivamente il progettista, non ha diretto i lavori e ciò risulta negli atti”, ha spiegato il legale dell’architetto. Per la difesa, dunque, non può concorrere nei reati contestati e andava prosciolto, prima del dibattimento, “perché il fatto non sussiste”.
La linea difensiva degli imputati era stata per tutti incentrata sul cosiddetto “elemento soggettivo” e cioè la consapevolezza di costruttori, progettisti, funzionari pubblici di violare eventualmente delle norme molte complesse in materia edilizio-urbanistica e con diversi orientamenti giurisprudenziali. Una tesi che non ha convinto la giudice.