Cala il sipario su Re Giorgio, domani le dimissioni. Intanto si accende la corsa per il Quirinale. Ma l’intesa ancora non c’è

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Se gli scatoloni di Re Giorgio I e donna Clio siano già stati imballati è difficile dirlo. Dal Quirinale, per il momento, escono solo sussurri e brusii. Per le grida dovremo attendere la giostra delle votazioni. Che non dovrebbe tardare ad iniziare. Giorgio Napolitano ha annunciato a dicembre che la fine del suo incarico era “imminente” e che il suo impegno sarebbe durato giusto il tempo del semestre europeo, guida che scade definitivamente oggi, quando il premier Matteo Renzi trarrà le somme di questi sei mesi durante un discorso al Parlamento europeo a Strasburgo. Per questa ragione ieri il capo dello Stato ha ricevuto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Un ultimo giro di ricognizione sullo stato dell’arte per quanto riguarda le riforme, il cui iter parlamentare entra nel vivo proprio questa settimana, la situazione economica e la situazione della sicurezza. E, ovviamente, la messa a punto dell’intervento di oggi.

l’ORA DEI SALUTI
La visita del premier e del ministro ha occupato la mattinata del presidente della Repubblica, che poi si è recato alla Casa del Cinema alla camera ardente del regista Francesco Rosi, per un ultimo saluto all’amico di una vita scomparso sabato scorso. Oggi intanto Napolitano riunirà corazzieri e dipendenti del Quirinale, per un saluto e un ringraziamento ai suoi collaboratori di questi nove anni al Colle. Dal giorno dopo, salvo sorprese, si attendono le dimissioni, definite a dicembre “imminenti” dallo stesso capo dello Stato durante il discorso di auguri al corpo diplomatico. Sin qui l’agenda dell’ufficialità. Oltre questa linea entra in gioco l’ufficiosità, ovvero il totonomine e il gran lavoro delle diplomazie parallele. Sopra quelle ufficiali di tutti i partiti. Sotto quelle plenipotenziarie di Pd e Forza Italia.

IL TOTO COLLE
Entrambe le diplomazie stanno lavorando sulla rosa dei nomi, da Dario Franceschini a Walter Veltroni, ma solo quelle di Renzi e Berlusconi hanno il privilegio di sfogliare la margherita. Sarà per questa ragione che Franco Marini ha ribadito l’ovvio: “Per me la questione si è chiusa con il fallimento del tentativo del 2013”, sostiene l’ex presidente del Senato, che si tira fuori dalla corsa e invita Renzi a cercare l’unità del Pd e a evitare il “disastro” che portò al fallimento della sua candidatura al Colle. Un’indicazione, quella data da Marini, che rimette in gioco Romano Prodi, che non si è mai arreso. A rilanciare con forza questa opzione sarebbe un dettaglio non secondario. Dato che il professore avrebbe fatto sapere di essere indisponibile a sottoscrivere un eventuale grazia a Berlusconi, con il quale ha incrociato le armi ai tempi della corsa per Palazzo Chigi, Renzi si sarebbe inventato ad hoc la norma del 3%, Insomma quel che non fa il Colle che verrà lo farà l’esecutivo. In un modo o nell’altro il patto del Nazareno deve essere rispettato.

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