Cannabis terapeutica, lo Stato prescrive e poi ostacola la consegna: centinaia di malati convocati in caserma come testimoni in tutta Italia

Malati in cura con cannabis convocati in caserma come testimoni in tutta Italia: nel mirino la spedizione del farmaco ora vietata.

Cannabis terapeutica, lo Stato prescrive e poi ostacola la consegna: centinaia di malati convocati in caserma come testimoni in tutta Italia

Una donna anziana con un tumore al terzo stadio si presenta in caserma perché qualcuno, in divisa, vuole sapere perché assume cannabis terapeutica. Le chiedono chi gliela prescrive, per quale malattia, dove la compra. Le fanno firmare un foglio. Copia, però, niente. È successo a Roma, a Milano, a Napoli, a Bologna, a Verona, a Rimini: centinaia di pazienti convocati negli ultimi due mesi come «persone informate dei fatti», in gergo sommarie informazioni testimoniali.

A raccontarlo per prime sono state Antonella Soldo, presidente dell’associazione Meglio Legale, e l’avvocata Cathy La Torre, che sui social hanno chiesto ad altri pazienti di farsi avanti. Le testimonianze arrivate disegnano lo stesso copione: convocazione, domande sulla terapia, sulla ricetta, sul medico, sul luogo di acquisto. In diversi casi sono stati chiesti pure screenshot di email e di chat WhatsApp. E nessuno, raccontano, ha ricevuto copia del verbale firmato. «Avevano una serie di domande già scritte, ho firmato il foglio ma mi hanno detto che non potevano darmene una copia», dice un paziente. Fra i convocati ci sono malati oncologici, persone con sclerosi multipla, giovani con anoressia o vulvodinia, e persino proprietari di animali curati con cannabinoidi.

Il pacco che diventa prova

Chi è stato ascoltato ha un tratto in comune. Lo spiegano Santa Sarta, dell’associazione Pazienti Cannabis APS, e Isabella Palazzo, di Tutela Pazienti Cannabis Medica APS: tutti ricevono il farmaco, regolarmente prescritto, spedito da una farmacia. E recapitare a domicilio una sostanza stupefacente, anche quando è una medicina, è vietato. Da lì l’indagine, da lì le convocazioni. I malati, va detto subito, non rischiano nulla sul piano penale: sono testimoni, non indagati. Solo che a un paziente oncologico la differenza, mentre gli si ritira il farmaco «per verifiche», dice poco. Un uomo di Bologna ha raccontato di essersi visto sequestrare il medicinale, restituito dopo il passaggio in caserma, e di aver dovuto esibire email, documenti e chat private. «Mi sono sentito trattato più come un sospettato che come un paziente», dice.

Una circolare del 2020 dietro tutto

Torniamo indietro, settembre 2020, piena pandemia. Il ministero della Salute, allora guidato da Roberto Speranza, con una circolare del 23 settembre estende ai farmaci cannabinoidi il divieto di spedizione fissato dal Testo unico sulle droghe, il dpr 309/1990, scritto quando in Italia la cannabis medica nemmeno esisteva. Il farmacista Marco Ternelli, di Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia, fa ricorso. Il Consiglio di Stato, con la sentenza 6877 del 2024, gli dà torto: la consegna di medicinali stupefacenti, scrive, può avvenire “solo da parte di enti o imprese autorizzate”, e la farmacia non rientra fra queste.

Il risultato lo misura lo stesso Ternelli: le farmacie che trattano la cannabis sono circa mille su 21 mila, e di queste almeno il 70 per cento rifiuta di ricevere il farmaco per conto di un collega, per timore di sanzioni. Resta una sola strada, il viaggio. A Bibbiano, dice, arrivano pazienti da Bolzano, da Trento, da Firenze. In carrozzina, con la sclerosi multipla, con il cancro. E chi si mette al volante rischia la beffa finale: con il nuovo Codice della strada firmato da Matteo Salvini, basta risultare positivi al Thc alla guida per perdersi la patente, prescrizione o no, anche senza alcuna alterazione. La ricetta, intanto, via pec non si può inviare: va spedita per posta. Cinque anni dopo quella circolare nata per l’emergenza, il combinato disposto è tutto qui.

Così la donna anziana dell’inizio, quella con il tumore, finisce a giustificare in una caserma una cura che lo Stato le ha prescritto e che lo stesso Stato le rende quasi impossibile comprare in regola. La cosiddetta legalizzazione della cannabis medica regge sulla carta. Sul terreno chi la usa resta sospeso fra un farmaco introvabile e un verbale che non gli lasciano fra le mani.