Il processo penale può attendere. Prima bisognerà stabilire se Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, fosse coperta dallo stesso “scudo” parlamentare riconosciuto ai ministri coinvolti nel caso del generale libico Osama Almasri, arrestato in Italia nel gennaio 2025 e successivamente rimpatriato.
Lo ha deciso ieri la Corte costituzionale che ha dichiarato ammissibile il conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera dei deputati nei confronti della Procura di Roma e del Tribunale dei ministri. Una decisione che, di fatto, congela il procedimento penale a carico della magistrata, imputata per false dichiarazioni ai pubblici ministeri nell’ambito dell’inchiesta sulla mancata consegna alla Corte penale internazionale del generale libico.
La prima udienza del processo era fissata per il prossimo 17 settembre, ma ora il procedimento resterà sospeso almeno fino a quando la Consulta non entrerà nel merito della vicenda, con un’udienza pubblica che non si terrà prima dell’autunno, probabilmente tra ottobre e novembre.
Non è un giudizio di merito
La Corte non ha ancora stabilito chi abbia ragione. Ha semplicemente riconosciuto che il ricorso della Camera possiede i requisiti necessari per essere esaminato. Saranno quindi i giudici costituzionali a decidere se Procura e Tribunale dei ministri avrebbero dovuto chiedere preventivamente l’autorizzazione a procedere nei confronti della Bartolozzi oppure se abbiano correttamente ritenuto che la sua posizione fosse autonoma rispetto a quella dei componenti del governo.
Lo scorso aprile Montecitorio aveva votato per estendere all’ex capo di gabinetto la tutela già riconosciuta ai ministri Nordio e Matteo Piantedosi e al sottosegretario Alfredo Mantovano, sostenendo che Bartolozzi dovesse essere considerata concorrente negli stessi fatti contestati al Guardasigilli o comunque autrice di un reato strettamente connesso all’esercizio delle funzioni ministeriali.
Di diverso avviso il Tribunale dei ministri, che aveva invece trasmesso gli atti alla Procura di Roma, ritenendo che le dichiarazioni rese dall’ex dirigente di via Arenula fossero “inattendibili e mendaci” e configurassero un’ipotesi di reato autonoma, non coperta dalle prerogative previste per i membri del governo.
La decisione della Consulta assume quindi un rilievo che va ben oltre la posizione personale di Bartolozzi. In gioco c’è infatti la delimitazione dei confini delle guarentigie parlamentari e, soprattutto, la possibilità di estenderle anche ai più stretti collaboratori dei ministri quando i fatti contestati siano strettamente collegati all’attività dell’esecutivo.