Caso Cospito, nelle motivazioni della condanna la Corte d’Appello smonta la difesa di Delmastro: “Usò il segreto d’ufficio per finalità politica”

Depositate le pesantissime motivazioni della condanna a otto mesi inflitta all'ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro

Caso Cospito, nelle motivazioni della condanna la Corte d’Appello smonta la difesa di Delmastro: “Usò il segreto d’ufficio per finalità politica”

Un giudizio durissimo, che va ben oltre l’entità della pena. È quello messo nero su bianco nelle motivazioni depositate ieri con cui la terza sezione della Corte d’Appello di Roma, presieduta da Roberta Palmisano, ha confermato lo scorso 20 maggio la condanna a otto mesi per l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, ritenuto colpevole di rivelazione di segreto d’ufficio nella vicenda legata all’anarchico Alfredo Cospito.

Ventisei pagine che smontano punto per punto l’intera linea difensiva dell’esponente di Fratelli d’Italia, respingendo anche la richiesta di assoluzione formulata dallo stesso procuratore generale, che in appello aveva chiesto – come avvenuto in primo grado – la formula “perché il fatto non costituisce reato”.

Al centro della vicenda, le informazioni riservate che Delmastro avrebbe passato al collega e amico Giovanni Donzelli, relative ad alcuni colloqui avuti da Cospito in carcere con boss della criminalità organizzata e alle visite ricevute in cella da parte di parlamentari del Pd.

“Non esitò a riportare al deputato Donzelli le informazioni segrete”

Materiale che Donzelli ha poi riferito in un intervento in Aula, generando un caso politico che aveva investito l’intera maggioranza. I giudici scrivono a chiare lettere che Delmastro, “consapevole della pubblicità dei lavori assembleari, non esitò a riportare al deputato Donzelli le informazioni segrete che con tanta insistenza aveva ottenuto dal capo del Dap in vista della discussione che questi era in procinto di fare in Parlamento”, “evidentemente ritenendo prevalente la finalità politica dell’uso di quelle informazioni” – e questo, sottolineano i giudici, “a prescindere dal fatto che l’imputato sapesse che Donzelli aveva l’intenzione di utilizzarla per ledere gli avversari di partito” – confidando che il deputato le avrebbe riportate in Aula “in modo generico”, cosa che poi effettivamente accadde.

La Corte ha respinto anche l’argomento difensivo secondo cui la natura informale dell’incontro dimostrerebbe la buona fede dell’imputato (“La circostanza che le informazioni furono fornite a Donzelli in Transatlantico e quindi in funzione del suo intervento in Aula di per sé dimostra la buona fede dell’imputato”). Bocciata anche la tesi secondo cui Delmastro, in quanto “decisore politico” e non “impiegato pubblico”, non fosse tenuto al segreto d’ufficio.

Per i giudici non si trattò di una conversazione informale

Particolarmente severo il passaggio in cui la Corte smonta la ricostruzione di una conversazione casuale e superficiale tra i due: “È inverosimile che, dopo una conversazione telefonica assolutamente generica, incontrando casualmente Donzelli e in vista dell’intervento in Aula che era in procinto di fare, Delmastro fosse in grado di sciorinare a memoria il contenuto del documento del Nic proprio nella parte che interessava Donzelli”.

I giudici rilevano anzi una coincidenza testuale schiacciante tra le informazioni annotate dal Nic sui colloqui intercettati di Cospito e le espressioni usate da Donzelli in Aula – tra cui “devi mantenere l’andamento” e “sarebbe importante che la questione arrivasse a livello europeo e magari ci levassero l’ergastolo ostativo” – concludendo che “l’imputato rivelò a Donzelli le esatte informazioni annotate dal Nic circa i colloqui captati tra Cospito e i due detenuti”.

Infine, sulla posizione di Donzelli, la sentenza chiarisce che il deputato “era del tutto estraneo all’Amministrazione e in particolare a quella parte di essa deputata a gestire le procedure ex art. 41-bis” e “non aveva titolo per riceverle neppure in sede di sindacato ispettivo.

I Dem ricordano anche il caso Bisteccheria

Immediate le reazioni politiche. Dal Pd, i parlamentari Debora Serracchiani, Walter Verini, Silvio Lai e l’ex ministro Andrea Orlando parlano di un verdetto che certifica “un comportamento privo di senso delle istituzioni” da parte di chi, “già avvocato della Meloni”, avrebbe fornito informazioni riservate “al suo sodale di partito Donzelli per colpire parlamentari dell’opposizione Pd”.

E allargano l’affondo all’intera maggioranza: “Al di là delle rilevanze penali, non è la prima volta e – temiamo – non sarà l’ultima da parte di chi, con questa destra, la lotta alle mafie la fa solo a parole”. Nella nota, i dem richiamano anche un altro fronte delicato, quello dell’inchiesta sul clan Senese: “Come dimostra anche, recentemente, la brutta vicenda di una maggioranza che nega alla magistratura che indaga su Hydra di poter esaminare le conversazioni e le chat tra Delmastro e il ristoratore, prestanome del clan, legate alla opaca vicenda della Bisteccheria d’Italia”.