La versione ufficiale sulla morte di Alex Pretti comincia a incrinarsi dall’interno. Dopo giorni di dichiarazioni aggressive, accuse rovesciate sulla vittima e ricostruzioni contraddittorie, la Casa Bianca ammette che qualcosa non ha funzionato. A farlo è Stephen Miller, consigliere centrale di Donald Trump sulla linea dura sull’immigrazione, che riconosce possibili «violazioni di protocollo» da parte degli agenti federali intervenuti a Minneapolis.
L’ammissione arriva il 28 gennaio, quando l’inchiesta federale è già formalmente avviata e un rapporto riservato del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) è stato trasmesso al Congresso. Miller spiega che le direttive operative prevedevano la creazione di una barriera fisica tra le squadre impegnate negli arresti e i manifestanti. Quelle istruzioni, afferma, potrebbero non essere state rispettate dagli agenti dell’ICE. È un cambio di tono netto rispetto alle prime ore dopo la sparatoria, quando lo stesso Miller aveva definito Pretti un presunto «assassino».
Il rapporto del DHS e i cinque secondi decisivi
Il documento del DHS chiarisce un punto che l’amministrazione aveva evitato di esplicitare: a sparare sono stati due agenti federali, non uno solo. Un agente della Border Patrol ha utilizzato una Glock 19, un agente del Customs and Border Protection Officer una Glock 47. Gli spari arrivano a circa cinque secondi da un urlo — «Ha una pistola!» — pronunciato durante una colluttazione.
Ma il rapporto contiene un’omissione centrale. In nessun passaggio si afferma che Pretti abbia tentato di estrarre l’arma o che la impugnasse al momento dei colpi. Anzi, dalla ricostruzione emerge che l’uomo era già a terra, disteso pancia a terra, quindi in una posizione di totale inermità. Le immagini video e le testimonianze raccolte successivamente confermano che Pretti portava una pistola legalmente detenuta, ma non la stava impugnando. Gli agenti gliel’avevano già sottratta prima di colpirlo più volte.
È su questa distanza tra le prime dichiarazioni ufficiali e la ricostruzione documentale che si innesta ora la svolta giudiziaria.
L’azione legale e la pressione politica
La famiglia di Alex Pretti ha annunciato una causa civile per violazione dei diritti costituzionali e omicidio colposo contro il Dipartimento per la Sicurezza Interna e le agenzie federali coinvolte. I legali puntano sui ritardi nell’ammettere che a sparare siano stati due agenti e sull’ammissione implicita che Pretti fosse disarmato al momento degli spari. Parlano apertamente di «esecuzione sommaria» e chiedono la pubblicazione integrale, senza censure, di tutti i filmati delle bodycam, considerati decisivi per chiarire i pochi secondi che hanno preceduto la morte.
Intanto la pressione politica cresce. Washington ha disposto la rimozione del capo dell’ICE sul campo a Minneapolis, Greg Bovino, e l’allontanamento di una parte degli agenti federali. Le proteste, partite dal Minnesota, si sono estese ad altre città. In manifestazioni pubbliche e in eventi sportivi, il volto di Alex Pretti viene proiettato sui maxischermi e accolto da minuti di applausi. La sua figura diventa simbolo della contestazione contro le operazioni federali sull’immigrazione e contro l’uso della forza nelle proteste civili.
L’inchiesta federale è ancora all’inizio. Ma un punto è ormai acquisito: la narrazione costruita nelle prime ore non regge alla verifica dei documenti. E a certificarlo, per la prima volta, è la stessa amministrazione che l’aveva diffusa.