C’è Bonafede sul Governo. Sarà capodelegazione dei ministri M5S. La spunta sul riformista Patuanelli. Scelta in continuità con la linea Di Maio

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Che a prendere il posto, che fu di Luigi Di Maio, di capo delegazione del M5S al governo sarà Alfonso Bonafede la dice lunga su quanto sia forte l’ascendente del ministro degli Esteri sulla forza politica di cui è stato fino a qualche giorno fa guida esclusiva. E conferma quanti hanno letto il suo discorso di commiato come un arrivederci mascherato da addio. Il Guardasigilli è uno dei custodi di ferro delle volontà di Di Maio. Ministri e sottosegretari grillini hanno preferito lui al ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, governista e riformista. E non è un caso che Bonafede commenti la sua elezione con un vecchio grido di battaglia: “Portare avanti il cambiamento!”.

Il suo debutto è previsto domani nella riunione di maggioranza convocata dal premier. Nel M5S si sono delineati due fronti contrapposti. Da una parte i progressisti-riformisti, favorevoli a un’alleanza più stretta col Pd, dall’altra i sostenitori della natura post-ideologica del grillismo e dunque della terza via, ago della bilancia tra centrodestra e centrosinistra. Al primo partito – sponsorizzato da Giuseppe Conte – fanno capo Beppe Grillo, Paola Taverna, Roberta Lombardi, Roberto Fico e, appunto, Patuanelli. Al secondo Luigi Di Maio, Vito Crimi, Alessandro Di Battista, Laura Castelli, Manlio Di Stefano, Stefano Buffagni, Ignazio Corrao. Max Bugani si spinge più in là e parla di tre anime: ai due schieramenti citati aggiunge “chi soffre la distanza da Salvini”.

L’eventuale conta sulle costellazioni di anime, correnti e proposte nel M5S si terrà agli Stati generali. Ma su come si articolerà l’evento regna l’incertezza, nonostante i parlamentari siano stati chiamati già ieri sera nella prima assemblea congiunta post-Di Maio – la seconda si terrà il 4 febbraio – ad avanzare proposte. C’è chi tra i fautori della terza via nel corso dell’assise non vorrebbe mettere ai voti nulla e rinviare le scelte alla piattaforma Rousseau. E chi pretende la doppia votazione: quella dei delegati e quella della base. In ballo ci sono le regole, i valori e i temi da cui il M5S intende ripartire. In discussione c’è anche, non va dimenticato, la leadership. I progressisti puntano a renderla collegiale, gli altri mirano a una struttura più articolata. E che un leader, magari un primus inter pares, il M5S lo avrà appare quasi scontato. Questo, peraltro, è da sempre stato l’orientamento del Garante. E di chi tifa per la terza via.

In questo mare sconfinato di divisioni in cui navigano – al punto che non si esclude che dopo l’assise quanti usciranno sconfitti possano anche prendere altre vie – i grillini cercano di recuperare una bussola che li riconduca su una rotta unitaria. Da qui la decisione di far slittare gli Stati generali, previsti all’origine a metà marzo. La data cui si guarda è il 29 marzo, giorno del referendum sul taglio dei parlamentari. La speranza è che su questa riforma identitaria il M5S possa ricompattarsi. Da qui, infine, la scelta di concentrarsi, per ora, sui temi rinviando la resa dei conti all’assise che, a questo punto, potrebbe tenersi ad aprile. Ieri in mattinata a Palazzo Madama i senatori pentastellati si sono riuniti per rilanciare il loro cronoprogramma, parallelamente a quello in lavorazione a Palazzo Chigi sotto la regia di Conte. Sul tavolo il salario minimo – a gestire la partita la ministra grillina del Lavoro Nunzia Catalfo – l’Ilva, con il decreto su Taranto ancora da approvare, la battaglia contro i vitalizi.