Basta un’intervista e lo Stretto di Taiwan torna a infiammarsi, con una possibile guerra tra Cina e Taipei che appare sempre più probabile. Il presidente taiwanese Lai Ching-te sceglie France Presse per lanciare l’allarme. “Se Pechino mette le mani sull’isola”, dice, “non si fermerà”. Un domino geopolitico che, a suo dire, coinvolgerà anche il Giappone, le Filippine, e l’area dell’Indo-Pacifico.
Mire che, però, potrebbero spingersi sempre più lontano dai confini cinesi arrivando, sempre secondo Lai, fino alle Americhe e all’Europa.
Lai alza il tiro: difesa, Europa e chip
Il punto è che Taiwan, temendo l’invasione cinese, paventa la minaccia di Pechino per stringere patti e alleanze che, in caso di attacco, difendano l’isola. Proprio Lai, infatti, insiste sulla cooperazione con l’Europa, soprattutto nel settore della difesa e delle tecnologie militari. Un asse nuovo, o almeno rafforzato rispetto a quanto visto negli ultimi decenni. E poi c’è il cuore pulsante dell’isola – i semiconduttori, ossia quei microchip che fanno girare il mondo – che vengono usati proprio per mostrare all’occidente quali siano i rischi di un’eventuale invasione.
Ma nelle parole di Lai c’è spazio anche per un messaggio politico, nemmeno troppo velato a difendere “chi è più debole”, visto che Lai ha nuovamente elogiato l’Europa per il sostegno all’Ucraina e si è schierato apertamente con Kiev. Una presa di posizione che a Pechino non passa inosservata. Affatto.
La replica di Pechino: “Distruttore della pace”
Davanti a queste posizioni è arrivata la stoccata, secca, firmata da Lin Jian. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese liquida Lai come un “distruttore della pace”. Non solo. Creatore di crisi. Istigatore di guerra. Il lessico è quello pesante delle conferenze stampa di Pechino, dove ogni parola è limata come un’arma cerimoniale.
Secondo Lin, le dichiarazioni del leader taiwanese mostrano la vera natura di un sostenitore ostinato dell’indipendenza. Ed è qui che la Cina pianta il suo paletto: l’indipendenza di Taiwan, ribadisce, è la radice del disordine nello Stretto. Tutto il resto — cooperazione, interviste, avvertimenti — non cambia la storia né il diritto. Taiwan, per Pechino, resta parte integrante della Cina. Fine del discorso. O quasi.
Cina e Taiwan sempre più ai ferri corti
Ma c’è un dettaglio che scivola sotto traccia — ed è cruciale, il bilancio. Come affermato senza mezzi termini, Lai vuole 40 miliardi di dollari in più per la difesa dell’isola. Il Parlamento, però, ha una larga maggioranza d’opposizione, filo cinese, che si oppone con fermezza. Un ostacolo serio che, però, il presidente di Taipei si dice fiducioso di poter superare, richiamando il parlamento “alla responsabilità democratica”. Appello che, almeno per il momento, non ha convinto le opposizioni.