Commissioni del Senato. 5 presidenze congelate. Ma su 14 solo una è rosa. Vanno sostituiti Sileri, Catalfo e Tesei. Ferme le inchieste su Banche e Forteto

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E tre. Con l’insediamento ufficiale della governatrice Donatella Tesei e della prima giunta di centrodestra in Umbria – decreti firmati e deleghe assegnate il 22 novembre scorso – salgono a tre le commissioni permanenti del Senato in cerca di un presidente: la IV, Difesa, di cui appunto la Tesei era presidente ma ormai incompatibile, e la XI e la XII, cioè Lavoro e Sanità, guidate fino a settembre da Nunzia Catalfo e Pierpaolo Sileri, senatori M5S promossi l’una ministra del Lavoro e l’altro sottosegretario alla Salute nel governo Conte-bis. Nessuno li ha ancora sostituiti. E nessuno li sostituirà, probabilmente, ancora per mesi.

TUTTO BLOCCATO. Il motivo? Le tre presidenze sono parte di un pacchetto di nomine ad alto rischio di tensioni nella maggioranza, e che dunque molti reputano più saggio mettere nel freezer. A cominciare dalle due commissioni bicamerali di inchiesta, proposte dai 5 Stelle già nella scorsa legislatura e di cui il 3 dicembre è previsto l’insediamento: banche e Forteto. Il senatore grillo-leghista Gianluigi Paragone era, ai tempi del governo giallo-verde, il candidato in pectore per la commissione sugli scandali bancari. La grillina toscana Laura Bottici, invece, si era candidata a guidare quella sugli abusi ai minori ospitati nella comunità il Forteto di Barberino nel Mugello e, soprattutto, sulle connivenze di cui ha goduto per anni lo pseudo-guru Rodolfo Fiesoli: politica, servizi sociali, giustizia minorile. Materia esplosiva per la maggioranza giallorosso. Per il Pd – soprattutto in Toscana – le due commissioni rischiano di essere come la kryptonite per Superman.

E con un governo che già naviga in acque procellose di suo, tra riforma del Fondo Salva-Stati e prescrizione, nessuno ha voglia di aggiungere ulteriori motivi di rottura. Quindi, l’aria che tira al momento è quella del “fermi tutti”: rinvio per le bicamerali e stop alle sostituzioni nelle permanenti, con buona pace dell’uguaglianza di genere che, già in origine molto ridotta al Senato (tre commissioni su quattordici erano a guida femminile), vedrebbe ora in carica una sola presidente donna, la grillina Vilma Moronese all’Ambiente (nella foto). Il blocco riguarderebbe tutto il pacchetto, comprese le sostituzioni del vicepresidente della commissione Finanze (il 5 Stelle Stanislao Di Piazza è diventato sottosegretario al Lavoro), e dei tre ex vicepresidenti Pd passati a Italia Viva: Mauro Maria Marino (Bilancio), Annamaria Parente (Lavoro), Nadia Ginetti (Politiche Ue). Nessuno si muova anche in consiglio di presidenza, dove il grillino Gianluca Castaldi, promosso sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Rapporti con il Parlamento, ha lasciato scoperto un posto di segretario. E pazienza per la Lavoro, la commissione più azzoppata di tutte, dove il leghista William De Vecchi è rimasto l’unico a presiedere le sedute.

RESA DEI CONTI. Ma fino a quando durerà il “fermi tutti”? A Palazzo Madama si accettano scommesse: almeno fino ad aprile. A due anni dall’insediamento delle commissioni è previsto infatti, di default, il rinnovo di tutte le presidenze di commissione del Senato. Sarà quella l’occasione giusta, all’interno della maggioranza, per scannarsi sull’intero pacchetto di nomine, genere compreso. Sempre ammesso che, per allora, ci sia ancora una legislatura in corso, un governo in carica e – ça va sans dire – un pacchetto di nomine su cui scannarsi.

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