C’è stato un tempo in cui la lotta alla mafia si giocava soprattutto sul controllo territoriale. In quel contesto, l’antimafia fondata sulla testimonianza, sul coraggio civile e sulla capacità di reazione dello Stato non era soltanto necessaria: era vitale. Oggi, pur restando la fermezza morale un presupposto non negoziabile, quel modello da solo non basta più. La criminalità organizzata ha completato da anni la transizione verso la cosiddetta “Mafia 4.0”: una struttura globale e transnazionale, orientata al mercato, capace di corrompere e abilissima a restare invisibile. Di fronte a questo scenario, esiste un dato scomodo ma incontrovertibile: la determinazione alla lotta non è più sufficiente. Per contrastare le nuove mafie servono professionisti altamente specializzati. In questo passaggio, la mancata formazione dell’antimafia rappresenta oggi il miglior vantaggio competitivo dei clan.
Componenti decisive
Per individuare quali competenze siano decisive, è necessario partire da dove le organizzazioni criminali raccolgono e muovono risorse. Le mafie non si limitano più ad accumulare denaro contante: preferiscono strumenti digitali, paradisi fiscali societari e architetture finanziarie opache. Le criptovalute, il deep e il dark web sono ormai elementi strutturali dell’operatività dei narcotrafficanti. Le consorterie mafiose utilizzano con continuità monete virtuali e canali di comunicazione criptati per governare transazioni transnazionali, riducendo tracce e intercettabilità. La specializzazione contemporanea delle mafie risiede soprattutto in un’altra capacità: infiltrarsi nell’economia legale. Le organizzazioni criminali individuano aziende in difficoltà, accelerano processi di “ripulitura” del denaro tramite complesse catene societarie di controllo e alterano il funzionamento del libero mercato drogandone le regole.
Ne consegue che un’azione di contrasto efficace non può prescindere da un presidio tecnico-specialistico: analisti informatici forensi, esperti di blockchain, ingegneri finanziari e specialisti di diritto societario internazionale. Se chi indaga, non parla la stessa lingua dei broker e degli intermediari della camorra o della ’ndrangheta, la partita si chiude prima ancora di iniziare. Allo stesso modo, se il fronte investigativo richiede eccellenze tecnologiche, anche il fronte amministrativo deve cambiare passo: Comuni, Regioni e stazioni appaltanti hanno bisogno di una rivoluzione culturale e tecnica. I miliardi del Pnrr e dei fondi europei rappresentano oggi il bersaglio più appetibile per le organizzazioni criminali. Qui la mafia non entra con minacce e intimidazioni, ma attraverso i colletti bianchi: propone servizi a basso costo, aggira vincoli e prescrizioni ambientali, falsifica certificazioni e manipola procedure.
Paradosso burocratico
Un funzionario pubblico non formato (e non mancano, purtroppo, casi del genere), privo degli strumenti per leggere i segnali di allarme nei bilanci societari o nelle visure camerali delle imprese esecutrici, finisce spesso per diventare un facilitatore involontario della criminalità. Garantire la legalità non significa moltiplicare timbri e burocrazia: spesso la burocrazia paralizza l’onesto e favorisce chi sa corrompere. Significa invece digitalizzare i processi e formare il personale nell’analisi dei dati e nella valutazione del rischio. Servono “sentinelle delle competenze” capaci di riconoscere anomalie negli appalti prima dell’apertura dei cantieri. Vi è poi un ambito in cui la carenza di competenze specifiche produce un fallimento politico e sociale immediatamente visibile: la gestione dei beni confiscati. Strappare un’azienda a un boss è una vittoria dello Stato; farla fallire sei mesi dopo, licenziando i lavoratori, è una sconfitta culturale grave, perché restituisce terreno sociale alla mafia. Non si tratta di un compito riservato a burocrati o a magistrati “prestati” all’economia: occorrono manager aziendali, esperti di ristrutturazione del debito e professionisti del terzo settore in grado di trasformare un bene sottratto in una risorsa sostenibile. Il patrimonio confiscato deve generare valore, lavoro e welfare. Il valore non nasce dalla retorica dei tagli del nastro, ma dal saper fare, dalla perizia e dalla capacità di costruire percorsi di rilancio reali.
Se le mafie studiano, si aggiornano e ingaggiano i migliori professionisti disponibili sul mercato, lo Stato deve fare lo stesso. Non è più sostenibile trattare l’antimafia come un settore emergenziale o come un tema da relegare alle celebrazioni simboliche. Occorre creare, nelle Università, percorsi di studio interdisciplinari che uniscano giurisprudenza, economia e informatica. Va inoltre garantita la progressione di carriera basata sulla specializzazione tecnica e tecnologica nelle forze dell’ordine e nella magistratura. Anche l’educazione alla legalità nelle scuole deve essere rimodulata: non può limitarsi alla commemorazione dei martiri, per quanto nobile. Deve diventare spiegazione concreta di come l’economia illegale sottragga futuro e diritti civili ai giovani. La lotta alle mafie è entrata in una nuova dimensione. La retorica del coraggio, priva del sostegno della competenza tecnica, rischia di trasformarsi in un contenitore vuoto: incapace di riconoscere il vero potere criminale, oggi collocato nei consigli di amministrazione e dietro gli schermi dei computer.
Essere contro la mafia, oggi, significa pretendere uno Stato competente. Significa comprendere che un algoritmo predittivo o un analista finanziario adeguatamente formato e ben addestrato può colpire un clan più efficacemente di un intero reparto d’assalto. È tempo di dismettere l’antimafia della sola buona volontà – pur encomiabile – e di armare la legalità con gli strumenti che i boss temono davvero: intelligenza, tecnologia e competenza professionale.
*Vincenzo Musacchio è Professore di strategie di contrasto della criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS), Rutgers University of Newark (USA)