Con la Russia due pesi e due misure, pure sulle sanzioni Ue: Usmanov e Fridman fuori dalla lista nera. La spinta francese e la partita di giro

Parigi tratta con Baku, Riga strappa i negoziati sul nucleare, il Lussemburgo accontenta chi gli fa causa. Lista blindata al 2029

Con la Russia due pesi e due misure, pure sulle sanzioni Ue: Usmanov e Fridman fuori dalla lista nera. La spinta francese e la partita di giro

Quando a pretendere la cancellazione di un oligarca dalla lista nera dell’Unione europea è Budapest, si chiama ricatto. Quando lo fa Parigi diventa sicurezza nazionale, e la differenza sta tutta nel passaporto di chi bussa: a marzo 2025 l’ambasciatore ungherese indicava Mikhail Fridman come prezzo del rinnovo delle sanzioni, i Ventisette tennero il punto e Ursula von der Leyen scrisse su X che la determinazione europea a sostenere l’Ucraina era decisiva. Fridman restò dentro. Martedì gli ambasciatori lo hanno tolto insieme ad Alisher Usmanov, e il ministro francese per l’Europa Benjamin Haddad, parlando con Politico, l’ha chiamata una vittoria della solidarietà europea.

Usmanov stava nell’elenco dal 2022 per i legami stretti con Vladimir Putin, secondo le motivazioni del Consiglio. La Francia ha tenuto in ostaggio l’intero regime per più di una settimana senza spiegare nulla al Coreper, il comitato degli ambasciatori dove si decidono i rinnovi, citando solo una questione di sicurezza nazionale, in un’insolita coppia con la Slovacchia amica del Cremlino, che quei due nomi li reclamava da anni e che fino a quel momento si era vista respingere la richiesta da tutte le altre capitali, Parigi compresa.

La spiegazione l’ha data il 14 settembre il Financial Times: la cancellazione servirebbe a un accordo con l’Azerbaigian per liberare cittadini francesi detenuti laggiù. Parigi non l’ha mai ammesso, e riportare a casa i propri connazionali è un dovere, certo, solo che la moneta scelta per pagarli è proprio quella che doveva restare fuori da ogni trattativa.

Il Granducato e la causa miliardaria

Poi c’è il Lussemburgo, che nel marzo 2025 sosteneva la richiesta ungherese su Fridman, secondo il Financial Times, e che stavolta ha preteso per lui la stessa grazia concessa a Usmanov. Fridman ha fatto causa al Granducato chiedendo 16 miliardi di dollari per i beni congelati, come ha ricostruito Euronews, e nel 2024 il Tribunale dell’Unione europea aveva già annullato la sua iscrizione fra il 2022 e il 2023 perché le motivazioni non reggevano. Se il fascicolo era debole andava chiuso in un’aula, per diritto, e invece lo si è chiuso al tavolo di una trattativa accanto a un governo citato in giudizio proprio da lui. Coincidenze.

Riga e l’ombrello nucleare

La Lettonia si è opposta fino all’ultimo, poi si è astenuta, e l’unanimità è arrivata. Nella stessa dichiarazione in cui difendeva la retromarcia, il primo ministro Andris Kulbergs ha annunciato che Emmanuel Macron ha accettato di aprire i negoziati per l’ingresso di Riga nell’iniziativa francese di deterrenza nucleare e di rafforzare la presenza militare francese nel Paese, a cominciare dalla difesa aerea.

Nessun documento lega le due notizie. Le lega il calendario. Kulbergs stesso, parlando con Euronews, ha avvertito che dopo lo sport e la cultura adesso le eccezioni si scelgono una alla volta, e che così non si può andare avanti, e lo ha detto nel giorno in cui lasciava passare l’ultima senza più opporsi. Riga intanto prepara sanzioni nazionali contro i due miliardari, che è insieme una dichiarazione di principio e l’ammissione che a Bruxelles il principio si è sciolto.

In cambio i Ventisette hanno rinnovato per tre anni, e non per i soliti sei mesi, le misure contro circa 3.000 fra persone ed entità, così che la discussione si chiude fino al 2029. A Bruxelles la vendono come blindatura, ed è esattamente l’opposto: la lista si sigilla nel momento stesso in cui si ammette che il suo contenuto è trattabile. Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha parlato di una decisione vergognosa. La fermezza dei Ventisette insomma ha un listino prezzi, e martedì l’hanno appeso in vetrina. Budapest, almeno, i suoi prezzi li diceva ad alta voce.