Confindustria e l’alibi della guerra. Per mettere le mani sul Pnrr. Bonomi vuole rinviare la transizione energetica. Così va riscritto il piano europeo e chi si becca i soldi

Confindustria
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Che ora ci sia Carlo Bonomi alla guida di Confindustria non cambia l’andazzo. Il mondo imprenditoriale perde il pelo ma non il vizio. Che è quello consolidato nel tempo di salire in cattedra e bacchettare o elogiare il Governo di turno per imporre, alla fine, i suoi desiderata. Che si tratti della legge di Bilancio o di qualunque altro provvedimento che li chiami in causa il sistema dei grandi imprenditori – non quelli che faticano ogni euro o i piccoli artigiani, ma i soliti fortunati ricoperti di fondi pubblici – riescono in qualche modo a lasciare la loro zampata.

Vincente è stato il loro pressing perché il Governo dei Migliori scongelasse prima del tempo il blocco dei licenziamenti che Giuseppe Conte aveva introdotto, in piena crisi pandemica, per tamponare l’emorragia di posti di lavoro. Determinante la loro ostilità nei confronti del Reddito di cittadinanza che ha portato sempre i Migliori al giro di vite sul sussidio voluto dai 5S. Per non parlare della guerriglia che hanno condotto sul decreto delocalizzazioni, annacquando fino a far praticamente sparire le sanzioni – su cui insistevano il ministro dem Andrea Orlando e la viceministra pentastellata Alessandra Todde – nei confronti delle imprese che anche dopo aver ricevuto contributi pubblici decidono di fare le valigie e andar via dal nostro Paese.

Confindustria vorrebbe esercitare il suo strapotere sul Pnrr. Pretendendo di riscriverlo

Ora gli industriali vorrebbero esercitare il loro strapotere sul Pnrr. Pretendendo di riscriverlo per mettere le mani su parte degli oltre 200 miliardi di euro che Conte è riuscito a strappare in Europa per l’Italia. Ebbene, domenica scorsa, il numero uno di Confindustria ha detto che le sanzioni alla Russia sono giuste ma che queste avranno un contraccolpo fatale sulla bolletta dell’energia che salirà a 51 miliardi quest’anno. E che anche per questo occorrerà rivedere i tempi e gli obiettivi del Pnrr e della Transizione ecologica. Testualmente ha detto: “Riscrivere il Pnrr e allungarlo temporalmente”.

Non servono nuovi ristori, ha puntualizzato, ma una “strategia di medio lungo periodo” nell’energia fra cui “la sospensione del mercato Ets, nuovi impianti gnl magari in mare, l’aumento della produzione nazionale di gas e rinnovabili” con l’accelerazione degli iter burocratici. In realtà molto prima della guerra in Ucraina, precisamente nel corso dell’assemblea degli industriali del settembre scorso, Bonomi aveva presentato la sua lista di richieste per le imprese alle prese con la svolta Green.

Dopo aver ricoperto di elogi Mario Draghi, indicato come “l’uomo della necessità” al pari di De Gasperi, Baffi e Ciampi, aveva battuto cassa. Non senza aver chiesto, ieri come oggi tempi più lunghi per ridurre le emissioni inquinanti. “Attualmente – aveva detto – uno sviluppo della capacità delle fonti rinnovabili di 8GW all’anno, come indicato dal ministro Cingolani, sarebbe velleitario”. Ma soprattutto aveva chiesto che la transizione energetica venisse accompagnata “da chiare strategie di politica industriale”.

Per quanto importanti siano i fondi che il Pnrr dedica alla transizione energetica, sono solo – aveva argomentato – il 6% del totale necessario. “Quasi il 94% lo devono investire le imprese. Ma se al contempo devono fronteggiare gli spiazzamenti tecnologici e di produzione, tutto diventa difficilmente realizzabile”. In poche parole: le aziende hanno bisogno di soldi, soldi, soldi. Che il giochino degli industriali “chiagni e fotti” risulti più semplice se a Palazzo Chigi siede un iperliberista come Draghi, sensibile alle loro esigenze, appare evidente. Chissà dunque se come sul resto anche sul Pnrr Confindustria riuscirà a lasciare la sua zampata.