Imprese e sindacati sono d’accordo: in questo momento difficile serve nuovo debito per sostenere famiglie e imprese. Confindustria lancia l’allarme sulla crisi energetica, mentre Cgil e Uil, ma anche una Cisl questa volta critica, tornano a parlare di salari bassi e drenaggio fiscale, mettendo nel mirino le politiche del governo, rivelatesi fallimentari. Il Documento di finanza pubblica (Dfp) ha iniziato ieri il passaggio parlamentare con le audizioni alle Commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato.
“Se la guerra finisse oggi, l’impatto varrebbe 0,1-0,3 punti percentuali di mancata crescita. Con una guerra più lunga, già fino a fine anno, potremmo trovarci nella più grave crisi energetica della storia: probabilmente sarebbe una crisi sistemica”, ha detto Alessandro Fontana, direttore del Centro studi di Confindustria. “La nostra principale vulnerabilità è l’energia e resterà tale per altri anni: è importante adesso, visto che è la seconda volta che accade in pochi anni, mettere a terra una strategia per superarla, con milestone e target, come il Pnrr”.
Imprese e sindacati d’accordo sul fare nuovo debito
Tra le proposte illustrate da Fontana c’è anche lo scostamento di bilancio, con aiuti proporzionati agli aumenti dei costi di gas ed elettricità fino a dicembre 2026 per le imprese in media, alta e altissima tensione, e aiuti mirati e più intensi per elettrivore e gasivore. Nelle slide di Confindustria si propone anche di prorogare il taglio delle accise sui carburanti. Poi è arrivato il turno dei sindacati. A livello europeo, la Cgil considera indispensabile rilanciare una strategia economica e monetaria espansiva: sospendere il Patto di stabilità, evitare un rialzo dei tassi di interesse, mettere in campo un piano straordinario di investimenti sul modello Next Generation EU, con eurobond per politiche industriali ed energetiche comuni. Ma è sul piano interno che il sindacato guidato da Maurizio Landini spara a zero.
L’allarme della Cgil e della Uil per i lavoratori
“Con una crescita dei prezzi al 2,9%, come da previsione del governo, un lavoratore con un imponibile fiscale di 35mila euro subirebbe nel 2026 un ulteriore prelievo di oltre 1.500 euro, mentre un pensionato da 1.000 euro al mese pagherebbe al fisco 370 euro in più”, ha detto il segretario confederale Christian Ferrari, chiedendo di “neutralizzare il drenaggio fiscale attraverso l’indicizzazione automatica di tutta la struttura dell’Irpef all’inflazione”. Per Ferrari “il problema non è certo un decimale in più o in meno nel rapporto deficit/Pil, ma l’intero impianto delle politiche di bilancio”, a partire dall’avallo alla nuova governance economica europea e dal Piano strutturale di bilancio.
Sulla stessa linea la Uil. “Il percorso di rientro del deficit previsto dal Dfp rischia di comprimere ulteriormente gli spazi per politiche espansive, incidendo negativamente su lavoro, welfare e coesione sociale”, ha detto il segretario confederale Santo Biondo. “Sul piano fiscale continua a gravare un carico sproporzionato su lavoratori dipendenti e pensionati, mentre restano deboli sia il contrasto all’evasione sia le misure di reale redistribuzione. Serve una riforma improntata all’equità, anche attraverso una tassazione degli extraprofitti”. Per Biondo, il Dfp su previdenza, sanità e Pnrr è ancora troppo limitato e privo di una visione di lungo periodo.
L’Sos dei Comuni e dei commercianti
Anche i Comuni avvertono il rischio. “I Comuni continuano a garantire servizi essenziali pur operando dentro un quadro sempre più complesso e con margini finanziari sempre più ristretti”, ha detto Alessandro Canelli, delegato Anci alla Finanza. Dal Dfp emergono “forti criticità” che rischiano di compromettere nel triennio 2026-2028 la tenuta dei bilanci comunali. Anci stima una perdita di 2,2 miliardi, con circa un miliardo di euro di squilibrio annuo nel biennio 2026-2027.
Infine Confesercenti. “Il Dfp è predisposto in un quadro di elevata e perdurante incertezza: le dimensioni assunte dallo shock energetico, con un incremento dei prezzi delle materie prime energetiche che ipotizziamo pari al 21% in media d’anno, valutazione che al momento può essere ottimistica, sono tali da comportare una minore crescita della spesa per consumi di 4 miliardi”, ha detto il segretario generale Mauro Bussoni.