Confiscati trecento milioni. Roma taglia i viveri alla Camorra. Sigilli ai locali della movida, tra cui il bar Mizzica. Gli esercizi usati per riciclare il denaro sporco

Guardia di finanza
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Dopo quasi due anni, torna a far parlare l’inchiesta Babylonia che ha interessato diversi locali della Roma bene gestiti da due organizzazioni criminali. L’ultima novità è quella che vede protagonista la Guardia di Finanza che ieri ha eseguito un decreto di confisca da record di beni e immobili, per circa 300 milioni di euro, nei confronti di Gaetano Vitagliano, Andrea Scanzani e di una terza persona in qualità di erede del destinatario del provvedimento emesso dalla Sezione Specializzata Misure di Prevenzione del Tribunale Civile e Penale di Roma, su richiesta della Procura diretta da Michele Prestipino.

Si tratta di quello che gli investigatori non esitano a definire “un impero economico mastodontico” composto da 71 attività imprenditoriali tra bar, sale bingo e ditte edili, oltre 30 immobili di pregio sparsi per la Capitale, innumerevoli gioielli e perfino due Mercedes e una Lamborghini Aventador. Spulciando l’elenco delle attività confiscate e già sottoposte a sequestro nel 2017 su richiesta del procuratore aggiunto Nadia Plastina, c’è quella che gestiva il noto bar Mizzica in zona piazza Bologna, il Manhattan cafè a Casal Bruciato, il Macao in via del Gazometro e il Babylon Cafè in via Oderisi da Gubbio che ha ispirato il nome stesso dell’inchiesta.

Secondo i magistrati tutte queste proprietà comporrebbero il tesoro raccolto illecitamente negli anni da Vitagliano, imprenditore arrivato nella Capitale da Napoli e ritenuto vicino al clan camorristico degli scissionisti di Secondigliano, da Scanzani che opera nel settore del noleggio e della gestione di apparecchi videolottery, e da Giuseppe Cellamare, deceduto nel 2017, e già condannato a Bari per associazione mafiosa in quanto legato alla Sacra Corona Unita. Tutti loro erano finiti in manette per l’inchiesta “Babylonia” in quanto ritenuti appartenenti a due associazioni criminali dedite all’estorsione, all’usura e al riciclaggio.

Dagli accertamenti condotti sugli arrestati e in particolare su Vitagliano, nullatenente e sconosciuto al fisco, secondo quanto scritto dal giudice Guglielmo Muntoni “si è appurato che le risorse” per gli “investimenti nella Capitale sono state attinte dai proventi del traffico di sostanze stupefacenti, nonché dalle ingenti somme di denaro provenienti dalle attività delittuose commesse da elementi di spicco del clan camorristico degli scissionisti facente capo agli Amato-Pagano”.