Congo-gate, accordo tra l’Eni e i pm di Milano. Undici milioni per chiudere il caso. Sull’intesa deciderà il gip il 25 marzo. L’azienda spiega che non c’è stata ammissione di colpa

Eni
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Dopo l’assoluzione nel cosiddetto Nigeriagate (leggi l’articolo), il gruppo Eni si appresta a chiudere anche l’altra partita giudiziaria sul presunto giro di soldi in Congo. Undici milioni di risarcimento e 800 mila euro di sanzione pecuniaria per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, è la cifra pattuita tra l’azienda petrolifera del cane a sei zampe e la Procura di Milano che dovrebbe mettere fine al procedimento giudiziario se, come sembra probabile, arriverà anche il via libera del giudice per le indagini preliminari, Sofia Fioretta, nell’udienza prevista per il prossimo 25 marzo.

Stando a quanto trapela, l’accordo è stato reso possibile dopo la riqualificazione del reato al centro dell’indagine, coordinata dal pubblico ministero Paolo Storari, che è passata dalla corruzione internazionale alla ben più lieve “induzione indebita internazionale”. Una modifica che, tra le altre cose, ha portato anche alla revoca, sempre da parte della Procura meneghina, della richiesta di misura interdittiva della sospensione per due anni della produzione di petrolio nei pozzi congolesi o in subordine del commissariamento di quelle attività.

Con la nuova ipotesi di reato, a cambiare è stato l’intero impianto accusatorio. Se in un primo momento i magistrati contestavano all’azienda petrolifera e ad alcuni dipendenti il pagamento di mazzette per ottenere il rinnovo delle concessioni petrolifere nei pozzi congolesi Marine VI e VII, ora si parla di una presunta induzione indebita in base alla quale pubblici ufficiali dell’ex colonia francese avrebbero costretto il management operativo in zona a versare “la tassa” richiesta. Proprio per questo alleggerimento della propria posizione, l’Eni ha diramato una nota in cui si legge che “prende atto con soddisfazione del decadere anche di questa ipotesi di corruzione internazionale in seguito alla derubricazione del reato contestato da parte del Pubblico Ministero in induzione indebita”.

La compagnia, oltre a ricordare che “metterà a disposizione quindi un corrispettivo pari a 11,8 milioni di euro come sanzione concordata”, spiega di aver “aderito all’ipotesi di sanzione concordata avanzata dalla Procura” e che questo “non rappresenta un’ammissione di colpevolezza”, ma mira ad “evitare un lungo e costoso iter giudiziario che comporterebbe un nuovo e significativo dispendio di risorse per Eni e tutte le parti coinvolte”. Infine, onclude la nota, “l’ipotesi conferma inoltre la tenuta dei sistemi di controllo anti-bribery della società”.