La corsa al riarmo danneggia anche l’economia dei singoli stati che vi partecipano. A dirlo, il nuovo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), che ha analizzato le dinamiche macro e micro economiche della corsa alle armi.
Riarmo, quasi un Paese su due ha incrementato le spese militari dal 2020
A livello globale “la spesa per la difesa sta aumentando rapidamente”, premettono gli analisti del Fondo, “Negli ultimi cinque anni, circa la metà dei paesi del mondo ha incrementato i propri bilanci militari e le vendite di armi da parte delle maggiori aziende del settore a livello globale sono raddoppiate in termini reali, nell’arco di due decenni” e “con l’intensificarsi delle tensioni geopolitiche, questi trend sono destinati a proseguire”.
Il report, che ha analizzato 164 paesi dal 1946 a oggi, mostra come i periodi di forte crescita della spesa per la difesa siano diventati più frequenti, soprattutto nelle economie emergenti e in via di sviluppo.
Ma le spese in armi non creano ricchezza
E chi oggi gioisce, sottolineando gli ottimi dati economici dell’industria delle armi per le economie dei singoli paesi, sbaglia. Di grosso. Il report spiega come in media queste fasi di “durino più di due anni e mezzo e la spesa per la difesa aumenti di circa 2,7 punti percentuali del Pil, con circa due terzi finanziati attraverso un aumento del deficit”.
E sottolineano gli analisti, “se da un lato l’incremento della spesa per la difesa può stimolare l’attività economica nel breve termine, incrementando consumi e investimenti, in particolare nei settori legati alla difesa, dall’altro contribuisce anche ad aumentare temporaneamente l’inflazione e a creare significative sfide nel medio termine”.
Tanto che in media, i disavanzi di bilancio peggiorano di circa 2,6 punti percentuali del Pil e il debito pubblico aumenta di circa 7 punti percentuali entro tre anni dall’inizio di un programma di riarmo, mentre i saldi esterni si deteriorano poiché la domanda si orienta verso attrezzature importate. In pratica, è la conclusione del Fondo “i periodi di boom bellico sono particolarmente costosi, con un aumento del debito pubblico di circa 14 punti percentuali del Pil e una diminuzione della spesa sociale in termini reali”.
E 4 Paesi su 10 spendono oltre il 2% di Pil per la difesa
Una conclusione che dovrebbe allarmare molti dei governi, a partire da quelli membri della Nato nel del Vecchio Continente. Nel quinquennio 2020-24, scrive il Fmi, il 50% dei Paesi a livello mondiale ha rafforzato i budget per le armi e, a partire dal 2024, quasi il 40% ha destinato oltre il 2% del Pil alla difesa, contro il 27% del 2018. I Paesi Nato, in particolare, si sono impegnati a giugno 2025 a portare la spesa annuale al 5% del Pil entro il 2035, più del doppio del precedente 2%, con la Polonia che guida nell’Alleanza con il 4,5%.
Dopo una guerra, ripresa a rischio
Ma non va meglio, per l’economia, neanche dopo un eventuale conflitto (e qui il pensiero va all’Ucraina e all’intero Medio Oriente), perché, avvertono gli esperti, “quando il conflitto finisce e lascia il posto a una pace duratura, la ripresa economica è possibile, ma non è né automatica né rapida”.
Per gli analisti del Fondo, infatti, i conflitti comportano costi economici ingenti e persistenti per le economie delle zone di conflitto, con perdite che si aggravano nel tempo, superiori anche a quelli delle grandi catastrofi naturali. In media, la produzione nelle economie delle zone di guerra subisce un forte calo all’inizio del conflitto, pari a circa il 3%, e continua a diminuire negli anni successivi, raggiungendo perdite cumulative di circa il 7% entro cinque anni.
Le perdite sono evidenti in tutti i settori e persistono anche dopo un decennio”. “I costi stimati sulla produzione derivanti dai conflitti superano quelli tipicamente associati alle crisi finanziarie — comprese le crisi bancarie, valutarie e del debito — e quelli indotti da gravi disastri naturali. “In media, la produzione si riprende, ma il ritmo della ripresa rimane modesto rispetto alle perdite subite durante la guerra e varia notevolmente da un paese all’altro”.
Il circolo vizioso e autodistruttivo
“Una stabilizzazione macroeconomica tempestiva, una ristrutturazione decisiva del debito e il sostegno internazionale compresi gli aiuti e lo sviluppo delle capacità, svolgono un ruolo centrale nel ripristinare la fiducia e promuovere la ripresa”, certifica il Fondo, “gli sforzi di ripresa sono infatti più efficaci quando integrati da riforme interne volte a ricostruire le istituzioni e la capacità dello Stato, promuovere l’inclusione e la sicurezza e affrontare i costi umani duraturi del conflitto, tra cui la perdita di istruzione, il peggioramento delle condizioni di salute e la diminuzione delle opportunità economiche”.
Riforme che necessitano di fondi. Proprio quei fondi che stiamo spendendo in armi, in un circolo vizioso autodistruttivo.