Corsa al riarmo, Macron aumenta l’arsenale nucleare: la guerra in Medo Oriente spinge la deterrenza francese in Europa

Parigi aumenta le testate e riduce la trasparenza: la “dissuasione avanzata” spinge l’Europa verso un nuovo riarmo nucleare

Corsa al riarmo, Macron aumenta l’arsenale nucleare: la guerra in Medo Oriente spinge la deterrenza francese in Europa

Mentre l’attenzione internazionale resta inchiodata alla guerra in Iran e al conflitto russo-ucraino, Emmanuel Macron sceglie la base sottomarina di Île Longue, in Bretagna, per annunciare un salto di qualità nella postura nucleare francese. Ieri il presidente ha dichiarato che la Francia aumenterà il numero delle testate e che non renderà più pubblici i dati complessivi dell’arsenale. Le cifre disponibili parlano di circa 290 testate, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, che collocano Parigi tra le due sole potenze nucleari europee insieme al Regno Unito.

Macron collega esplicitamente la decisione al «crescente e proliferante ambiente pericoloso», evocando il Medio Oriente e l’instabilità globale. L’operazione viene presentata come adeguamento tecnico alla minaccia. Nei fatti introduce una discontinuità politica: meno trasparenza, più testate, una dottrina ribattezzata «dissuasione avanzata» che prevede anche “dispiegamenti circostanziali” in altri Paesi europei, con l’ultima parola che resta all’Eliseo. La scelta di interrompere la comunicazione pubblica sui numeri dell’arsenale segna un arretramento rispetto agli standard di prevedibilità che avevano accompagnato, almeno formalmente, il controllo degli armamenti in Europa dopo la Guerra fredda.

Dalla force de frappe nazionale all’ombrello nucleare europeo

La tradizione francese della force de frappe ha sempre rivendicato autonomia decisionale. Il passaggio annunciato a Île Longue apre invece alla costruzione di un ombrello a trazione francese. Otto Paesi avrebbero manifestato interesse a ospitare forze aeree strategiche: Regno Unito, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca. La logica richiama il nuclear sharing statunitense, con una differenza sostanziale: l’iniziativa parte da una capitale europea che propone di estendere la propria deterrenza come garanzia continentale, mantenendo però il controllo politico esclusivo, quindi il potere di decidere tempi, soglie e scenari.

Contestualmente Parigi e Berlino istituiscono un «gruppo direttivo nucleare di alto rango» per coordinare la deterrenza, con la partecipazione convenzionale tedesca alle esercitazioni francesi già entro l’anno. Sullo sfondo si muove il programma European Long-range Strike Approach (ELSA), che punta allo sviluppo di capacità missilistiche a lunga gittata insieme anche al Regno Unito. La dimensione nucleare si integra così con quella convenzionale, dentro una traiettoria di riarmo che negli ultimi mesi ha visto diversi Stati europei approvare piani per decine di miliardi di euro.

Il nodo giuridico e il clima politico

Il Trattato di non proliferazione consente ai cinque Stati riconosciuti di mantenere arsenali atomici, impegnandoli però a negoziare il disarmo. L’aumento delle testate e la fine della comunicazione pubblica sui numeri si collocano in tensione con quello spirito. Resta poi il tema dei dispiegamenti in Paesi non nucleari, già controverso nel caso statunitense, che riapre interrogativi sulla compatibilità sostanziale con gli articoli I e II del Trattato.

Sul piano interno, le reazioni francesi risultano contenute: Marine Le Pen critica l’idea di condivisione europea ma sostiene la linea del riarmo; Jean-Luc Mélenchon chiede approfondimenti pur definendo la scelta «una buona decisione». L’Italia osserva senza esporsi e non compare tra i Paesi interessati, nonostante partecipi già al nuclear sharing statunitense con le basi di Ghedi e Aviano, segnale di una prudenza che evita frizioni con Washington e con la catena di comando Nato.

Il contesto bellico offre a Macron una cornice favorevole. La guerra diventa argomento politico che comprime il dissenso e trasforma un salto strategico in atto di responsabilità istituzionale. In un’Unione che discute di autonomia strategica, la proposta francese consolida un primato nazionale dentro un’Europa che accelera sul riarmo. L’asticella si alza: più investimenti militari, maggiore integrazione tra capacità convenzionali e nucleari, meno spazio per un confronto pubblico su dottrina, limiti e controlli democratici. È qui che il bellicismo galoppante diventa fatto: l’emergenza fa da acceleratore, la deterrenza da cornice, l’opacità da metodo. E la sicurezza, anziché essere discussa, viene rimessa a un dispositivo sempre più potente e sempre meno verificabile.