Con il prezzo del petrolio che cresce di ora in ora a causa della guerra contro l’Iran, nei corridoi di Washington si sta scatenando il terrore. Del resto la guerra scatenata da Donald Trump che si diceva certo di poterla risolvere in pochi giorni, va avanti come nulla fosse da sedici giorni e nulla lascia pensare che finirà a breve.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, malgrado le rassicurazioni del tycoon sul fatto che il prezzo del petrolio non salirà ulteriormente ma al contrario dovrebbe scendere “a breve”, i vertici delle grandi compagnie petrolifere americane vedono nero e lo hanno detto in modo chiaro all’amministrazione Trump spiegando che “se la guerra con l’Iran continuerà, la crisi energetica potrebbe aggravarsi ancora”.
Guerra in Iran, i giganti del petrolio lanciano l’allarme
Per il prestigioso quotidiano statunitense, nelle ultime ore i numeri uno di ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips hanno partecipato a una serie di incontri riservati alla Casa Bianca. Qui hanno parlato, in modo schietto e tutt’altro che sereno, con il segretario all’Energia Chris Wright e quello agli Interni Doug Burgum, illustrando una situazione che si fa sempre più g rave.
A loro, infatti, i vertici dei giganti del petrolio hanno detto in modo chiaro che se i flussi energetici nello Stretto di Hormuz continueranno a essere interrotti, i mercati globali resteranno in balia della volatilità. Uno scenario da incubo in cui i prezzi del greggio è più che probabile che subiranno nuove impennate, rendendo la vita difficile ai cittadini statunitensi che già ora lamentano aumenti del 23% per il prezzo dei carburanti.
Lo Stretto di Hormuz resta paralizzato
Il vero nodo è geografico che sta infiammando i mercati è la chiusura di questo lembo di terra, controllato dall’Iran, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale. E si sa che quando il traffico si blocca o anche solo rallenta, i mercati reagiscono in modo veemente. Proprio quello che succede da oltre una settimana, dove si accumulano le navi ferme – a quanto pare sarebbero già un migliaio – che attendono tempi migliori prima di tentare l’attraversamento.
Appare chiaro che il vero problema è che non siamo davanti a semplici ritardi nelle consegne di greggio. Questo perché a preoccupare è l’effetto domino che si è scatenato, con le raffinerie che nel timore di restare senza materia prima stanno cessando le attività estrattive e di raffinazione, lasciando presagire una situazione che appare destinata ad aggravarsi.
Non sorprende quindi che il prezzo del petrolio statunitense sia balzato nel giro di pochi giorni da 87 a 99 dollari al barile, ma che questa mattina ha già sfondato i 100 dollari al barile.
Le contromisure della Casa Bianca
Un pressing che sta creando non pochi grattacapi a Washington dove si studiano contromosse. Tra le ipotesi già sul tavolo di Trump c’è quella di allentare ulteriormente le sanzioni sul petrolio russo, oppure il liberare grandi quantità di greggio dalle riserve strategiche americane e, come ultima istanza, perfino rivedere le norme che limitano il trasporto di petrolio tra porti degli Stati Uniti.
Ma in queste ore si sta facendo largo soprattutto l’idea dell’amministrazione americana di incrementare i flussi di greggio tra Venezuela e Stati Uniti, nella speranza di calmierare i prezzi.