Non c’è cura al cyberbullismo. E il Covid ha peggiorato tutto. A lanciare l’allarme è il Garante della Privacy. Boom di casi nel 2020: impennata del 77%

cyberbullismo Stanzione
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“Un incremento del 77 per cento dei casi di cyber bullismo nel 2020”. È il dato allarmante che emerge dalla relazione annuale 2020 del Garante per la protezione dei dati personali. Come ha spiegato il Garante, Pasquale Stanzione, l’attività nel settore del cyberbullismo ha riguardato soprattutto la gestione delle segnalazioni giunte. Si trattava principalmente di rimozione di contenuti di carattere offensivo e denigratorio, di fotografie – anche a carattere intimo – denunce dell’esistenza di falsi profili a nome del segnalante.

Nello specifico, proprio per effetto della telematizzazione della vita indotta dalla pandemia “nel 2020 si è registrato un incremento di circa il 132 per cento, rispetto al 2019 dei casi trattati dal Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia e un aumento del 77 per cento dei casi di vittimizzazione dei minori per grooming, cyber bullismo, furto d’identità digitale, sextorsion. Il 68 per cento degli adolescenti risulta essere stato, nel 2020, testimone di casi di cyberbullismo (Terres des Hommes)”.

I dati, sostiene il Garante, sono allarmanti. E’ necessaria, dunque, una tutela e una presa di responsabilità collettiva rispetto ai minori le cui vulnerabilità possono renderli vittime del web. Per questo il Garante attribuisce tanta importanza alla prevenzione ma anche all’azione che grazie alla Polizia Postale è sempre tempestiva. Sul fronte della tutela online, innanzitutto dei minori, c’è stato un rilevante intervento nei confronti di Tik Tok, social di video e musica usato in particolare da giovanissimi. Il Garante ha chiesto e ottenuto misure per la verifica dell’età di chi si iscrive alla piattaforma e ha lanciato una campagna informativa, insieme a Telefono azzurro, per richiamare i genitori a vigilare sull’iscrizione dei propri figli ai social network.

Istruttorie e accertamenti sono state avviati riguardo al fenomeno del deep nude (applicazioni in grado di manipolare le foto di soggetti vestiti, sostituendole con immagini di nudo create artificialmente), alla poca chiarezza dell’informativa privacy di Whatsapp, all’uso di dati biometrici da parte di Clubhouse (un social che offre chat vocali) e alle modalità di funzionamento da Clearview, società specializzata in riconoscimento facciale che acquisisce dati sul web.

Sempre rispetto ai social, il Garante sottolinea come “la sospensione degli account Facebook e Twitter di Donald Trump” abbia “rappresentato plasticamente come le scelte di un soggetto privato, quale il gestore di un social network, possano decidere le sorti del dibattito pubblico, limitando a propria discrezione il perimetro delle esternazioni persino di un capo di Stato“.