Da Freni al caso Di Foggia, governo in tilt sulle nomine

Meloni scarica Di Foggia chiedendole di scegliere tra la buonuscita e la presidenza di Eni. E la guida di Consob spacca le destre.

Da Freni al caso Di Foggia, governo in tilt sulle nomine

Maledette poltrone, potrebbe dire Giorgia Meloni. Quelle poltrone che ogni volta che vanno riempite fanno litigare le destre, spaccano la coalizione di governo e creano liti interne alla maggioranza. Due le questioni protagoniste della giornata di ieri: da una parte il rebus riguardante Giuseppina Di Foggia, che – sollecitata da Meloni – ha rinunciato alla buonuscita da 7,3 milioni per lasciare Terna, dall’altra la scelta del successore di Paolo Savona alla Consob, con il nome del sottosegretario all’Economia Federico Freni che continua a spaccare la maggioranza.

Su entrambi i casi è intervenuta ieri la presidente del Consiglio. Nel primo la presa di posizione è netta: “Credo che sia una scelta della Di Foggia, ovviamente nel caso valuteremo le nostre alternative”, dice Meloni. Aggiungendo però un chiaro ultimatum: “Penso che Di Foggia debba scegliere tra la presidenza dell’Eni e la buonuscita di Terna, mi pare abbastanza semplice la questione”. E così Di Foggia, per passare alla presidenza di Eni, ha annunciato in serata di essere disposta a sottoscrivere un accordo e rinunciare ai 7,3 milioni previsti per l’addio a Terna, in cui ricopre l’incarico di amministratore delegato e direttore generale.

Di Foggia è stata nominata nel 2023 alla guida di Terna proprio da questo governo. Ora non è stata confermata nel suo attuale ruolo, ma passerebbe alla presidenza di Eni, con uno stipendio superiore ai 500mila euro lordi l’anno ma inferiore a quello dell’ultimo anno con Terna.

Non solo Di Foggia, l’altro fronte è quello della Consob

Meloni parla anche della nomina di Freni alla presidenza della Consob: “Non ne stiamo discutendo per ora”, afferma la presidente del Consiglio. Scatenando il suo vice, Matteo Salvini: “Continuo a ritenere che Freni sia il profilo migliore, però è mesi che lo stiamo ripetendo, altri hanno idee diverse, non ho capito cosa propongono”. In realtà il leader leghista ce l’ha principalmente con Forza Italia, che già a gennaio ha posto il veto sul nome di Freni. Oggi è attesa la resa dei conti in Consiglio dei ministri, ma la posizione degli azzurri non sembra cambiare: il partito di Antonio Tajani non è convinto dell’indicazione di un profilo politico per la Consob.

Pesano, poi, i dubbi sul ruolo di Freni nella scrittura del decreto Capitali, la riforma che riguarda proprio i consigli di amministrazione su cui alla Consob dovrebbe vigilare. Una partita che si intreccia con quella dei sottosegretari. Se sembrano esserci pochi dubbi sul ruolo di Paolo Barelli ai Rapporti con il Parlamento, vanno poi composte le altre caselle: al Mef, al posto di Freni, dovrebbe andare Claudio Durigon, lasciando così vuota una casella al Lavoro, che si aggiunge a quelle di Giustizia e Cultura.