Dalla base prova di maturità. I 5 Stelle al Governo decisivi per cambiare il Paese. Parla il senatore Di Nicola: “Spiace per Di Battista ma fronteggiare l’emergenza è nostro dovere”

Formigoni Di Nicola
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Senatore Primo Di Nicola (M5S), gli iscritti alla piattaforma Rousseau si sono pronunciati per il Sì al Governo Draghi. Una posizione che lei ha caldeggiato fortemente sin dall’inizio.
“E la cosa mi fa piacere. Anche questo passaggio dimostra che il Movimento 5 Stelle ha una base politica di attivisti, militanti e iscritti molto matura”.

Intende dire più matura di alcuni suoi colleghi?
“Ahimè, in certi casi purtroppo sì. Però quello che conta è il risultato finale”.

Il 60-40 in favore dei Sì su Rousseau rivela una dolorosa lacerazione nel Movimento. Di Battista ha già annunciato l’addio…
“A dire la verità non ho ben capito cosa vuol dire il non voler più parlare a nome del Movimento 5 Stelle”.

Ma teme che la sua decisione possa avere ripercussioni sulla tenuta dei gruppi parlamentari?
“Credo di no. Perché comunque mi piace pensare che anche i portavoce in Parlamento riescano a tener conto del desiderio di governabilità che questo risultato esprime”.

Quindi esclude una scissione?
“Se qualcuno vuole andarsene, libero di farlo. Il dissenso emerso non mostra comunque una fazione organizzata in grado di tradursi in una iniziativa di questo tipo. Invece qualche uscita dai gruppi parlamentari sarebbe fisiologica. Anzi, un elemento di chiarezza alla luce non solo delle trasformazioni che il Movimento 5 Stelle ha avuto in questi ultimi due anni, ma anche dello spirito unitario che occorre per portare avanti un eventuale impegno nel Governo. E, soprattutto, per le impegnative e affascinanti indicazioni programmatiche arrivate dall’ultimo post di Beppe Grillo”.

Ma crede sia davvero possibile realizzarle con una maggioranza che va dalla Lega al Pd con dentro pure Renzi e Berlusconi?
“Nello spazio di due anni potremmo fare riforme importanti come quelle della Rai e del fisco che pure, in un Paese condannato all’immobilismo, rappresenterebbero una rivoluzione. Misure come la salute circolare, l’acqua pubblica, il salario minimo e massimo, il reddito universale, la stessa rivisitazione della Costituzione in chiave ecologica implicano invece delle tali trasformazioni in una chiave sociale, e oserei dire socialista, che la gran parte delle forze di questa possibile maggioranza non sono naturalmente interessate a sostenere. Eppure è su questo orizzonte utopico che si gioca il ruolo e il destino del Movimento 5 Stelle”.

Alla fine hanno prevalso le ragioni dell’emergenza nazionale, ma la questione dell’incompatibilità del Movimento, sollevata dai fautori del No, con Berlusconi e i “traditori” Renzi e Salvini resta comunque sul tavolo non crede?
“Le incompatibilità sono nei fatti. Ma le emergenze indicate dal presidente Mattarella, la certificazione dell’incapacità di questo Parlamento di formare un Governo chiamano tutti a una responsabilità nazionale di fronte ai cittadini che, per le cose da fare, le rendono ininfluenti”.

Insomma, come disse Montanelli della Dc, turiamoci il naso…
“Ricordo ancora quella frase, detta nel 1976, una delle più infelici che abbia mai ascoltato per il suo alto tasso di opportunismo. Anche perché quelli che, come Montanelli, si turarono il naso continuando a votare Dc, contribuirono a mantenere in vita un sistema politico decotto che sarebbe poi esploso nei decenni successivi sotto i colpi di tangentopoli e dei referendum elettorali plebiscitari dei primi anni ‘90. Quando si invoca come ora lo spirito unitario davanti a un Paese in ginocchio, lo si fa, al contrario, nella massima chiarezza, nell’interesse dei cittadini alle prese con la pandemia e la disperazione economica. Lo si fa con coraggio e senza badare a calcoli elettorali”.

Perché avete escluso l’astensione? Vincolati dal voto di fiducia, come farete a denunciare eventuali sbandamenti rispetto agli accordi programmatici?
“Per vigilare sulle azioni del Governo con un programma chiaro e condiviso, per difendere le riforme M5S adottate negli ultimi due anni, per varare misure adeguate per fronteggiare le emergenze, essere determinanti e per investire bene gli oltre 200 miliardi del Recovery Fund in grado di cambiare profondamente questo Paese, è meglio starci. Ma sia chiaro a tutti che, di fronte a misure indigeribili, occorre essere pronti a dissociarsi e, se dovesse servire, anche a passare all’opposizione”.