Dalla prescrizione ai grandi evasori. Tutte le spine nel fianco di Conte. Il premier si schiera con Bonafede sulla giustizia. Ma Pd e Italia Viva fanno asse con FI contro la riforma

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Ad alimentare in questi giorni uno dei tanti dissapori all’interno della maggioranza giallorossa è ancora il nodo sulla prescrizione. Da settimane il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sostiene la tesi secondo cui, qualora la norma entrasse in vigore il primo di gennaio, riguarderebbe soltanto i reati commessi dopo l’ingresso nel codice, quindi gli effetti concreti sarebbero effettivi come minimo tra tre anni e a quel punto ci sarebbe tutto il tempo per fare una legge che acceleri l’intero iter del processo penale, condicio sine qua non affinché si possa introdurre l’interruzione dei termini di prescrizione dopo la sentenza di primo grado.

La novità delle ultime ore è che il premier Giuseppe Conte, come non accadeva da settimane, è sceso direttamente in campo per sostenere i 5Stelle sottolineando come la riforma della giustizia figuri nei punti programmatici della maggioranza e come “la norma sulla prescrizione è giusto che ci sia”. Ma il Pd pretende lo slittamento della legge Bonafede se non viene approvata contestualmente anche la riforma del processo penale ed è l’ex guardasigilli Andrea Orlando a puntualizzare che al momento le soluzioni prospettate non sarebbero adeguate. Ancora più esplicito Andrea Marcucci, capogruppo dem al Senato: “Di Maio si tolga dalla testa l’idea che sia il M5s a dettare l’agenda dei provvedimenti del governo”.

Anche Italia viva e Leu sono compatti su questo punto. Il M5S è dunque isolato, e non solo sulla prescrizione: la richiesta avanzata da Luigi Di Maio di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sui finanziamenti ai partiti ha visto Pd e Italia Viva – come era prevedibile – fare fronte comune per far sì che rimanga lettera morta. Ancora in tema di giustizia, un altro argomento “caldo” è quello dell’inasprimento delle pene per i reati di evasione fiscale, misura che vede la contrarietà del partito di Matteo Renzi. Gli attriti fra gli alleati non finiscono certo qui: sul caso ex Ilva, nonostante la ripresa di un dialogo fra Palazzo Chigi e i Mittal, rimane il nodo dello scudo penale mentre sul fronte Alitalia una soluzione condivisa non sembra ancora esserci. In entrambi i casi stiamo parlando della sorte di migliaia di lavoratori che vedono le loro sorti appese a decisioni politiche di un governo che dà l’impressione di non marciare compatto.

C’è poi una questione squisitamente politica che rende il tutto più complicato: le imminenti regionali in Calabria e soprattutto in Emilia Romagna, dove si gioca una partita fondamentale per la tenuta del’esecutivo. E’ evidente che se il governatore uscente e candidato dem Stefano Bonaccini dovesse perdere di uno scarto inferiore ai voti presi dal Movimento – che ha deciso di correre da solo dopo aver sottoposto la questione agli iscritti sulla piattaforma Rousseau – il giorno dopo la tensione sarebbe alle stelle e a finire sul banco degli imputati sarebbe proprio il M5S. Last but not the least, che fine ha fatto il referendum sulla riforma costituzionale? Non se ne parla più, la raccolta firme è ferma al Senato a quota 50 (ne occorrono 65) con il termine di presentazione che scade a gennaio.