L’Euribor a tre mesi è passato dal 2,013% al 2,239% fra 27 febbraio e 18 maggio 2026. In ottanta giorni l’indicatore che governa le rate dei mutui variabili italiani ha bruciato la traiettoria di discesa che durava da un anno. Sui sei mesi è arrivato al 2,54%, sui dodici al 2,82%. La Bce tiene per ora il tasso di riferimento al 2%, ma il mercato prezza già tre rialzi entro un anno e un sondaggio Bloomberg colloca le prime due strette alle riunioni dell’11 giugno e del 10 settembre.
E la causa non sta nei conti della Banca centrale europea. Sta a millecinquecento chilometri da Francoforte, nello stretto fra Iran e Oman.
Dal 28 febbraio 2026 lo stretto di Hormuz è di fatto bloccato dopo l’operazione militare di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Da lì passano circa 17 milioni di barili al giorno, il 20% del petrolio mondiale. Il Brent che a inizio anno oscillava sugli 80 dollari ha toccato 106,80 dollari il 24 aprile e Citi scrive nero su bianco un’ipotesi a 120 dollari se il blocco regge oltre maggio. Donald Trump ha sospeso il 19 maggio un attacco già pronto, ha rilanciato un ultimatum di “due o tre giorni” il 20 maggio, intanto la Nato studia una missione per scortare le navi commerciali.
L’inflazione e la rata dei mutui
L’energia rincara, l’inflazione si rimette in moto e i mercati anticipano. Istat ha già misurato a fine aprile un congiunturale del +1,1% mensile e un tendenziale del +2,7% annuo. La curva dei rendimenti incorpora l’attesa di tassi più alti per più tempo, l’IRS a trent’anni è arrivato al 3,267% il 18 maggio, e la trasmissione al credito è già visibile nei dati Abi di aprile: tasso medio sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni al 3,43%, sei centesimi in più del mese precedente, dopo mesi di discesa. Sul totale dei prestiti si è risaliti al 4,02%.
In numeri concreti, sul mutuo medio italiano l’effetto è già misurabile. Una simulazione Codacons Toscana su un finanziamento da 140mila euro in vent’anni a tasso fisso porta la rata mensile dai 783 euro del maggio 2025 agli 848 euro di maggio 2026: 65 euro in più al mese, quasi 800 euro l’anno. Sul variabile, ogni rialzo di 0,25% del costo del denaro vale circa venti euro in più sulla rata di un mutuo standard. Chi ha firmato due anni fa scopre che la guerra è arrivata anche nell’estratto conto.
La guerra conveniente
E qui arriva il pezzo che andrebbe ricordato, perché il governo italiano la guerra la racconta come investimento. Il 26 marzo 2026 la Nato ha certificato l’Italia al 2,01% del PIL in spesa difesa, 45 miliardi di euro, ma l’Osservatorio Mil€x ha mostrato che è un’operazione contabile: la spesa militare reale resta intorno all’1,5% del PIL, in linea con la serie storica. I fondi per nuovi armamenti nel 2026 toccano comunque il record di 13,1 miliardi, sessanta per cento in più del 2022.
A giugno 2025, al vertice dell’Aja, il governo italiano aveva firmato l’impegno Nato al 5% del Pil entro il 2035: 3,5% di hard defence più 1,5% in sicurezza. Quindi il 19 maggio 2026 la maggioranza ha depositato in Senato una mozione che chiedeva di rivedere quell’obiettivo definendolo “irrealistico”. Pochi minuti dopo (su pressione delle cancellerie atlantiche?) il passaggio è sparito dalla nuova versione. Intanto Giorgia Meloni scriveva a Ursula von der Leyen chiedendo di estendere la clausola di salvaguardia, finora riconosciuta per le armi, anche alle spese energetiche. E al G7 Finance di marzo il ministro Giancarlo Giorgetti aveva avvertito Christine Lagarde: il rischio è la fiammata dei prezzi dell’energia, una stretta monetaria sarebbe grave.
Insomma il governo chiede alla Bce di non alzare i tassi per la guerra, alla Commissione di derogare ai vincoli di bilancio per l’energia della guerra, alla Nato di riscrivere obiettivi militari che la guerra rende impagabili. Tutto contemporaneamente. E ai mutuatari italiani arriva il conto, una rata alla volta.