De Falco vuol tornare a bordo coi 5S. Ma la Cassazione lo lascia a terra. La Corte Suprema si dichiara incompetente. Sull’espulsione decidono gli organi interni del Senato

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De Falco voleva restare a bordo della nave pentastellata e non ha gradito l’espulsione dal Gruppo M5S. A decidere sul ricorso presentato dall’ufficiale di Marina prestato alla politica, noto per le dure parole contro il comandante Francesco Schettino durante il naufragio della Costa Concordia, dovrà però essere la giustizia interna del Senato e non il Tribunale ordinario. Un’altra vicenda, al pari di quanto sta accadendo sui vitalizi, destinata a fare giurisprudenza. Non vi sono precedenti in materia, ma le sezioni unite civili della Corte di Cassazione non hanno avuto dubbi: a sbrogliare la matassa dovrà essere la giustizia parlamentare e non il Tribunale di Roma.

IL CONTENZIOSO. Gregorio De Falco, candidato nel 2018 con il Movimento 5 Stelle ed eletto al Senato, ha subito aderito al Gruppo parlamentare M5S. Critico verso alcune scelte dei pentastellati durante il Governo gialloverde, il 3 gennaio 2019 è stato espulso dall’allora capogruppo e attuale ministro dello sviluppo economico Stefano Patuanelli. Il senatore ha quindi fatto subito ricorso e il 22 gennaio dello scorso anno ha citato il Gruppo parlamentare Movimento 5 Stelle Senato davanti al Tribunale di Roma, impugnando il provvedimento di espulsione, da lui bollato come immotivato e difforme dal regolamento del gruppo.

Un ricorso con cui l’onorevole ha chiesto anche la condanna del Movimento a pagare mille euro per ogni giorno di ritardo nella sua riammissione nel Gruppo. I pentastellati si sono così subito appellati all’autodichia, sostenendo che di una tale vicenda doveva occuparsi la giurisdizione domestica di Palazzo Madama. Una tesi quest’ultima avallata prima dal Tribunale di Roma e ora dalla Cassazione.

IL PRINCIPIO. De Falco, rivolgendosi alla Suprema Corte, ha sottolineato che né il regolamento del Senato né il regolamento del Gruppo parlamentare M5S prevedono alcuna riserva di giurisdizione domestica o l’esistenza di un organo di giurisdizione intra moenia cui rivolgersi in caso di espulsione dal Gruppo. Ha quindi aggiunto che l’espulsione di un senatore dal Gruppo parlamentare non costituirebbe in senso stretto esercizio di funzioni parlamentari, ma atterrebbe all’ambito dei rapporti associativi, come tali sindacabili dall’autorità giudiziaria ordinaria. Di diverso avviso la Cassazione. Gli ermellini hanno riscontrato che “nel regolamento del Senato non è rintracciabile una disciplina dell’espulsione del parlamentare dal gruppo”.

Per gli stessi giudici, però, “in mancanza di prassi applicative significative”, “rientra nel potere del Senato decidere autonomamente e secondo le modalità da esso stabilite le controversie che possono investire le attività interne allo stesso Senato nei rapporti tra gruppo parlamentare e senatore espulso dal raggruppamento stesso”. La strada ora è chiara. Per l’ex senatore pentastellato e per tutti quelli che dovessero trovarsi nella stessa situazione. A decidere se De Falco potrà risalire sulla biscaggina a 5 stelle saranno gli onorevoli giudici di Palazzo Madama.

E sempre la Cassazione, dichiarando il difetto di giurisdizione, sottolinea anche che la scelta è legata al fatto che si tratta della “necessaria autonomia” di cui devono godere gli organi sovrani “anche nel momento applicativo, trattandosi di garanzia funzionalmente connessa alla titolarità di attribuzioni costituzionali legate al libero svolgimento delle funzioni delle Assemblee rappresentative”.