Delitto Sarah Scazzi. L’altra verità oltre le sentenze. Da stasera una docu-serie su Sky. Il giallo di Avetrana in quattro puntate

Avetrana Scazzi
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Era il 26 agosto 2010 quando Avetrana, piccolo paese di 6mila anime in provincia di Taranto, vede scomparire una ragazzina. Si chiama Sarah Scazzi, aveva solo 15 anni. Sarebbe dovuta andare al mare insieme alla cugina – che considerava una vera e propria sorella – Sabrina Misseri e all’amica di quest’ultima, Mariangela Spagnoletti. Già in quel giorno di fine agosto qualche quotidiano, soprattutto locali, comincia a interessarsi alla scomparsa. Nessuno allora però avrebbe mai immaginato che quella ragazzina sarebbe diventata nota in tutta Italia, purtroppo da vittima di un omicidio.

Solo 42 giorni dopo si sarebbe compreso che quella ragazzina in realtà non era scomparsa, ma era stata barbaramente uccisa e gettata in un pozzo. La notizia di quel ritrovamento – caso unico in Italia e forse nel mondo – non sarebbe stata data alla madre dagli inquirenti nelle segrete stanze della Procura, ma in diretta televisiva, davanti a milioni di telespettatori. Da qui parte la serie docu in onda su su Sky: Sarah. La ragazza di Avetrana.

IL GIALLO. Prodotta da Groenlandia e tratta dall’omonimo libro scritto da Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni (Fandango Libri, 2020) il documentario, in quattro puntate, ricostruisce tutta la vicenda non solo dal punto di vista giudiziario ma anche mediatico, concentrandosi sulla sua spettacolarizzazione. Di fatto, dunque, la serie cerca di spiegare come Avetrana rappresenti il caso che più di ogni altro ha canalizzato l’attenzione mediatica creando un vero e proprio circo per il quale non interessava più la ricerca della verità, quanto sviscerare tutti gli aspetti più morbosi.

Il punto di non ritorno è rappresentato da quanto accadde in diretta tv quando Concetta Serrano, madre di Sarah, venne a sapere che la figlia non era in realtà scomparsa e che lo zio Michele Misseri aveva fatto ritrovare il suo corpo senza vita. Da allora l’attenzione su Avetrana divenne spasmodica, tanto che tutte le persone coinvolte diventarono personaggi televisivi. Anche i passanti, gli abitanti, i vicini di casa e tutta la comunità avetranese divennero protagonisti di uno show dell’orrore. Il documentario, per la prima volta partendo da Avetrana, pone un interrogativo che tocca tutti i casi di cronaca diventati mediatici: quanto può influire un racconto che insegue il macabro e il morboso nella ricerca della verità?

Quanto può influire una narrazione così “inquinata” anche nelle indagini giudiziarie? Eppure è possibile che, senza quel peso mediatico, ancora oggi Michele Misseri non avrebbe fatto ritrovare il corpo di Sarah. Scritto da Flavia Piccinni, Carmine Gazzanni, Matteo Billi e Christian Letruria, per la regia di Christian Letruria, “Sarah. La ragazza di Avetrana” è una riflessione su un caso che ha ancora molti coni d’ombra e, nonostante tre sentenze abbiano messo un punto sulla vicenda giudiziaria dell’omicidio di Sarah Scazzi, qualcuno sta ancora lottando per affermare un’altra verità. Come Franco Coppi, avvocato di Sabrina Misseri, condannata all’ergastolo insieme a Cosima, che ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

LE ESCLUSIVE. Tra gli intervistati della serie anche il fioraio di Avetrana, Giovanni Buccolieri, testimone chiave del processo, che per la prima volta dopo dieci anni, torna a raccontare la sua versione dei fatti. Riannodiamo i fili per chi non ricorda la vicenda: le sentenze che hanno portato alla condanna all’ergastolo per omicidio di Sabrina e Cosima premono sul racconto del fioraio, appunto, che quel 26 agosto avrebbe visto le due donne rincorrere in macchina Sarah, caricarla in auto sotto minaccia e poi riportarla in casa Misseri in via Deledda.

Due giorni dopo quella testimonianza il fioraio è però tornato dagli inquirenti dicendo che quello che loro avevano scritto in realtà non era un racconto reale, ma il frutto di un sogno. Quale la verità? Realtà o sogno? Per la sentenza che, passata in giudicato, dev’essere assolutamente rispettata, è realtà. Ma il fioraio, nel corso del documentario, fornirà una versione alternativa. Il che potrebbe portare a novità anche considerando il ricorso pendente alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, promosso dai legali di Sabrina e Cosima, e che poggia interamente sul ruolo del fiorario: secondo gli avvocati delle due donne non sarebbe stato garantito il diritto a un equo processo delle imputate poiché il testimone chiave non è mai stato audito in fase dibattimentale.

I BUCHI. Ma questa è soltanto una delle “stranezze” di un caso indiziario che, secondo molti a distanza di undici anni, ancora è avvolto nel mistero e pone interrogativi che restano senza risposta. Ecco, nel documentario si cerca di illuminare anche quei coni d’ombra che avvolgono il caso Scazzi, lasciando però allo spettatore la possibilità di farsi un’idea su quanto accaduto. La vicenda giudiziaria, però, viaggia di pari passo col circo mediatico che ad Avetrana si è creato.

“Il caso Scazzi – spiega Gazzanni – rappresenta una sorta di punto di non ritorno. Un punto di non ritorno perché se da una parte già c’erano stati racconti di cronaca nera della cosiddetta “tv del dolore” – penso soprattutto ad Alfredino Rampi e a Vermicino -, con il caso Scazzi si fa un passo ulteriore, perché per la prima volta il 6 ottobre 2010 alla mamma di Sarah, Concetta Serrano, viene comunicato in diretta che la figlia non è scomparsa, dopo 42 giorni di ricerca, bensì è morta e che a uccidere la figlia sarebbe stato – secondo quello che si disse all’epoca – lo zio di Sarah, Michele Misseri. Quell’episodio, è emblematico perché rappresenta un momento in cui tutto sembra diventare legittimo”.

Diventa legittimo concentrarsi sul morboso, diventa legittimo invadere un paese e intervistare chicchessia semplicemente per avere “qualcosa” da dire nel corso delle innumerevoli dirette diventate un appuntamento fisso per la televisione italiana. Diventa legittimo spiare dal buco della serratura e raccontare fatti privati che magari nulla c’entrano con l’inchiesta per omicidio. “È qualcosa a cui poi abbiamo assistito in tanti altri casi nel corso degli anni. E in questo Avetrana ha fatto scuola. Il dubbio che noi ci poniamo è, dunque, questo: nonostante ci sia una sentenza passata in giudicato e che va assolutamente rispettata, siamo totalmente sicuri che il racconto mediatico non abbia in qualche modo inciso non solo sull’inchiesta, ma anche sulla nostra percezione dei protagonisti e delle persone coinvolte?”, si chiede Gazzanni.

Una domanda, questa, che dovrebbero porsi gli addetti ai lavori, certo, ma anche tutti i telespettatori. Se ci sono racconti di cronaca nera in cui si spettacolarizza il dolore e scompare la vittima perché siamo interessati a comprendere i segreti di tutti gli altri protagonisti della vicenda, probabilmente tutto questo nasce anche da un desiderio viscerale del telespettatore di avere quel tipo di racconto. Il documentario, in onda da stasera su Sky, prova a rispondere anche a queste domande. Senza però cadere nel moralismo, anche in riferimento al circo mediatico. Come dice Claudio Scazzi intervistato nel documentario: “Senza quella pressione probabilmente Michele non avrebbe ceduto e il corpo di mia sorella non sarebbe stato ritrovato”. Ancora una volta, dunque, la verità non è mai univoca. Ma cambia a seconda della prospettiva. Come d’altronde insegna il delitto di Avetrana.