Giustizia per i desaparecidos italiani. Quattordici condanne all’ergastolo. La Cassazione mette il sigillo a tutte le sentenze. Dopo 50 anni di battaglia per le famiglie delle vittime

desaparecidos Capaldo
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Definitivamente all’ergastolo. La Corte di Cassazione ha confermato ieri le condanne per gli ex alti ufficiali e militari sudamericani che, tra il 1973 e il 1978, causarono la morte di 23 cittadini italiani. Una sentenza che, seppure a distanza di quasi mezzo secolo, porta un po’ di giustizia sul caso dei desaparecidos e soprattutto per quelle famiglie che non hanno neppure una tomba su cui piangere i loro cari barbaramente uccisi, non essendo mai stati ritrovati i cadaveri. Un pronunciamento importante sul fronte dei diritti umani e tra i pochi a livello internazionale su quella pagina nera dell’America latina.

IL VERDETTO. Il processo sul cosiddetto “Piano Condor” si era concluso davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Roma con 24 condanne all’ergastolo per ex capi di Stato ed esponenti delle giunte militari e dei servizi segreti di Bolivia, Cile, Uruguay e Perù, accusati appunto del sequestro e dell’omicidio di 23 desaparecidos di origine italiana. I giudici avevano inoltre disposto il risarcimento nei confronti di 47 parti civili, da stabilirsi in sede civile, e fissato una provvisionale immediatamente esecutiva di un milione di euro per la Presidenza del Consiglio dei ministri e di cifre comprese tra i 250mila euro e i 100mila euro per le altre parti civili.

Ieri la conferma della sentenza da parte della Suprema Corte, che ha respinto i ricorsi degli imputati e stralciato soltanto le posizioni di tre imputati peruviani. Un processo iniziato nel 1999 per iniziativa dell’allora procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo (nella foto), che a partire dal mandato di arresto internazionale nei confronti dell’ex dittatore cileno Augusto Pinochet, emesso un anno prima, ultimò le indagini sulla sparizione di cittadini italiani in Sudamerica, emettendo nel 2006 il numero record di 146 mandati di arresto contro militari e torturatori del Sud America.

LE REAZIONI. “Esprimo soddisfazione per la decisione della Cassazione. Il risultato ottenuto due anni fa dalla Procura Generale mi rende orgoglioso per l’appartenenza, ma va ascritto a tutta la magistratura della capitale. Un esempio e un monito. La verità e il sacrificio dei martiri sud americani non si prescrivono”, ha dichiarato il sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma, Francesco Mollace. A fargli eco il legale di parte civile Arturo Salerni: “La sentenza della Cassazione chiude un percorso di verità e giustizia avviato molti anni fa”. “Abbiamo vinto una battaglia durata 22 anni. Sono una privilegiata, molti ancora attendono giustizia”, ha aggiunto Cristina Mihura, moglie di Bernando Arnone, uno dei desaparecidos di origine italiana scomparso nel 1976 in Argentina. “Ora – ha aggiunto – voglio trovare i suoi resti ma questo non c’entra con la via giudiziaria”.

IL PARTICOLARE. Tra i condannati all’ergastolo l’unico imputato a vivere in Italia è l’uruguayano Jorge Nestor Troccoli Fernandez, che ha attualmente 72 anni, e sarebbe pronto a consegnarsi all’autorità giudiziaria. Ritenuto un componente dell’intelligence legata alla dittatura del suo Paese, ha vissuto fino al 2013 a Marina di Camerota, in provincia di Salerno, e poi si è trasferito assieme alla moglie a Battipaglia. Il suo difensore, l’avvocato Claudio Guzzo, ha affermato che l’imputato ha appreso “con immenso sconcerto” l’esito del suo giudizio davanti alla Suprema Corte.